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L’attenzione ai più piccoli esige una programmazione RAI migliore

Antonio Palmieri

Attività 2002

L’attenzione ai più piccoli esige una programmazione RAI migliore

Scritto da Antonio Palmieri | 16 Luglio 2002 | Attività 2002

Risoluzione al governo
del 16 luglio 2002

La Commissione parlamentare per l’infanzia,
considerato che il contratto di servizio tra il Ministero delle comunicazioni e la RAI, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 8 febbraio 2001, scadrà il 31 dicembre 2002;
considerato che sono in corso le procedure per il rinnovo del contratto di servizio medesimo,

impegna il Governo

a far sì che nell’ambito delle tre reti pubbliche sia istituita una direzione o servizio tripartito di coordinamento, con il compito di dare vita a un palinsesto integrato in grado di assicurare la uniforme distribuzione sulle tre reti pubbliche dei programmi diretti all’infanzia e alla adolescenza;
a che sia assicurata la produzione di programmi destinati non solo ai bambini ma anche agli adolescenti, adeguati alla loro formazione e con una impostazione culturale con caratteristiche prevalentemente europee;
a che sia prevista una “finestra parlamentare” diretta a comunicare le iniziative che il Parlamento italiano assume specificatamente per l’infanzia e l’adolescenza;
a che la pubblicità trasmessa durante le fasce protette non veda protagonisti bambini e sia prodotta da società che prevedano iniziative e programmi debitamente comprovati a favore dell’infanzia e dell’adolescenza.


Il buono scuola, strumento di libertà

Scritto da Antonio Palmieri | 2 Luglio 2002 | Attività 2002

Relazione introduttiva
del 2 luglio 2002

Con questa mia relazione introduttiva – in quanto relatore del provvedimento – inizia in Commissione Cultura l’iter della legge sulla parità scolastica. Di seguito puoi leggere il verbale della relazione:

“Il relatore avverte preliminarmente che la relazione che si accinge a svolgere sarà articolata in tre parti. La prima consisterà in una introduzione cultural-politica per inquadrare correttamente la questione e la linea di pensiero nella quale essa si inserisce nonché per tentare di cogliere gli elementi di fondo unificanti delle quattro proposte di legge all’attenzione della Commissione. Ciò non soltanto per una forma di rispetto nei confronti dei deputati che hanno promosso l’iniziativa legislativa in materia ma anche al fine di rendere più agevole il confronto tra la maggioranza e le varie componenti dell’opposizione, con l’obiettivo di pervenire ad un auspicabile punto di incontro.
Nella seconda parte della relazione affronterà invece, nel merito, l’illustrazione delle proposte di legge, giungendo quindi ad un passaggio finale di carattere metodologico, collegato ad un auspicio.

Il dibattito in corso verte su una fondamentale libertà: la libertà di educazione, ossia un concetto – o, meglio, un diritto-dovere – che poggia su due cardini. Il primo, culturale, basato sul ribadire con chiarezza il concetto di servizio pubblico, con tutte le conseguenze che ne derivano; il secondo, costituzionale, fondato sulle garanzie, sui compiti e sui doveri che la Costituzione attribuisce alle famiglie ed allo Stato in merito all’istruzione dei figli.

Con riferimento al cardine culturale sotteso alla questione in esame, rileva che pubblico non è uguale a statale. Pubblico è il servizio erogato: non lo deve essere necessariamente anche il soggetto erogatore. Ancora oggi, in alcune forze politiche e, purtroppo, anche nella mentalità di troppi cittadini, il concetto di pubblico coincide con quello di statale. Frutto di culture, di ideologie e di politiche stataliste attuate per decenni nel nostro paese, l’equazione pubblico uguale statale ha determinato una gestione monopolista e statalista della cosa pubblica, che ha prodotto inefficienza nei servizi e spreco di denaro pubblico ma, soprattutto, ha determinato lo scollamento tra cittadini ed istituzioni, la deresponsabilizzazione dei singoli e dei gruppi sociali, il disimpegno nei confronti dei beni collettivi che, essendo di tutti, finiscono per non essere di nessuno.

Nell’ambito della scuola, il superamento di questa errata concezione di servizio pubblico è stato enunciato nella legge n. 62 del 2000 («Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione»). Qui finalmente una legge dello Stato sancisce la funzione pubblica delle scuole non statali, riconoscendo che «il sistema nazionale di istruzione è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e dagli enti locali». Peraltro il riconoscimento della funzione pubblica delle scuole non statali è già contemplato dalla Costituzione, che assicura la piena libertà alle scuole non statali, ne riconosce la piena dignità ed il valore legale del titolo di studio da esse rilasciato.

La legge n. 62 del 2000 riconosce la parità giuridica ma non la parità economica. Infatti, alla dichiarazione di principio contenuta nella parte iniziale della legge non è seguita nei fatti l’indicazione su come realizzare la parità economica, unica misura in grado di dare la parità scolastica, garantendo la libertà di educazione, cioè di scelta per le famiglie, a prescindere dalle loro condizioni di reddito. L’unico intervento di tipo economico compreso nella legge n. 62 del 2000 è quello previsto dalla norma in materia di «interventi economici realizzati prioritariamente in favore delle famiglie in condizioni svantaggiate». Si tratta di un intervento che non sancisce la parità scolastica per tutte le famiglie e che, per di più, prefigura ancora una volta una politica familiare di tipo prettamente assistenziale e non di promozione di tutti i nuclei familiari.

In questo contesto, il buono-scuola viene proposto come strumento per attuare la parità e portare a compimento il dettato della legge n. 62 del 2000. Esso è stato definito una «Carta di liberazione per le famiglie meno abbienti», perché consente alle famiglie di scegliere liberamente la scuola alla quale iscrivere i propri figli, senza limitazioni dovute al reddito. Idea avanzata inizialmente dal premio Nobel per l’economia Milton Friedman, successivamente ripresa da un altro premio Nobel, Friedrich von Hayek, e che ha trovato in Italia adesioni da parte di intellettuali liberali, quali Antonio Martino, Antiseri, Adornato, Infantino ed altri, il buono-scuola è innanzitutto una proposta che favorisce la libertà delle famiglie nella scelta di quella che reputano la migliore educazione per i propri figli e che consente di attuare compiutamente quanto previsto dalla legge sulla parità approvata dal precedente Governo.

Onestà intellettuale e correttezza politica impongono tuttavia di precisare che il buono-scuola è uno dei possibili strumenti per attuare la libertà di educazione: nel dibattito in corso da alcuni anni su questa materia ne sono stati indicati altri, quale, ad esempio, il credito d’imposta, che mirano allo stesso obiettivo: rendere concreta per tutte le famiglie la possibilità di scelta in campo scolastico.

La realizzazione della parità scolastica attraverso lo strumento del buono-scuola contribuisce a realizzare un nuovo sistema di Welfare, fondato su di un diverso rapporto tra Stato e società civile, rapporto fondato su quel formidabile principio di libertà (e di responsabilità) che è il principio di sussidiarietà.
Oggi il campo della scuola è uno dei settori della società italiana nei quali più acuto comincia a farsi sentire il contrasto tra i bisogni dei cittadini e le prestazioni dello Stato. Anche in questa circostanza il principio di sussidiarietà «orizzontale» – non faccia lo Stato ciò che i privati possono fare da soli e le istituzioni pubbliche intervengano solo laddove singoli e corpi sociali sono in situazione di difficoltà e per il tempo strettamente necessario a renderli nuovamente protagonisti – costituisce la più solida difesa della libertà e responsabilità dei singoli e dell’autonomia dei corpi intermedi nei confronti delle pretese dello statalismo e la più adeguata e moderna risposta alla crisi del vecchio sistema del Welfare State, in crisi per motivi economici e per un deficit di qualità delle sue prestazioni.

Nell’orizzonte culturale determinato dal principio di sussidiarietà, la proposta del buono-scuola va nella direzione della costruzione di un nuovo tipo di Welfare, che sappia garantire il carattere universale della tutela sociale e, nel contempo, aumentare qualità ed efficienza dei servizi. Alcuni studiosi definiscono questa nuova proposta Welfare society o Welfare community, altri «società della libertà scelta». Comunque lo si voglia chiamare, questo nuovo sistema consiste nel fare entrare concretamente a pieno titolo nel sistema pubblico oltre all’offerta statale di servizi anche un offerta privata (entrambe regolate dalle autorità governative), sulla quale chiamare ad intervenire imprese, cooperative, mondo nel non profit, per dare ai cittadini la possibilità di scegliere liberamente la qualità della propria formazione.

Il pieno coinvolgimento dei corpi sociali nella gestione dei servizi accresce la libertà di scelta dei cittadini e, insieme, la responsabilità di tutti verso il «bene comune», sentimento che non può emergere finchè prevale il sentore di essere sudditi di uno Stato-padrone nei confronti del quale ci si limita a lamentarsi, mai assumendo l’onere di un’azione positiva. Viceversa, si ritiene che lo Stato non sia padrone del bene comune, ma debba porsi al suo servizio promuovendo, stimolando ed armonizzando tutte le energie che, all’interno della società, sono disposte a mettersi in gioco.

In definitiva è questo l’orizzonte entro cui si colloca la proposta del buono-scuola: un’offerta pubblica (statale o privata) all’interno della quale cittadini e famiglie possano scegliere l’offerta che preferiscono. Inoltre, l’estensione a tutte le famiglie – in base a criteri che tengano nel dovuto conto le differenze di reddito – si configura come un atto di politica familiare non assistenziale ma rivolto alla promozione di tutte le famiglie e non soltanto di quelle che sono in condizione di indigenza.

Chi è per il buono-scuola non è contro la scuola statale bensì contro il monopolio statale dell’educazione. La scuola di Stato è un grande patrimonio che abbiamo ereditato e che deve essere rinvigorito ed adoperato al meglio. Il fatto è che storicamente le comunità umane non hanno trovato altro strumento per far crescere la qualità di qualsiasi sistema che fa ricorso alla gara, alla concorrenza, all’emulazione. Per questo motivo, il miglioramento della scuola di Stato passa attraverso l’introduzione di linee di regolata competizione con l’offerta privata. In un unico sistema pubblico articolato, regolato da norme certe e valide per tutti, sia l’offerta statale che quella privata sarebbero costrette a gareggiare tra loro in qualità ed efficienza, migliorando entrambe continuamente le proprie prestazioni per rispondere alla domanda dell’utente, il quale potrà liberamente scegliere dove rivolgersi utilizzando il proprio buono-scuola.
In questo modo, peraltro, la tutela non cessa affatto di essere universale: anzi lo diventa ancor di più, perché mentre oggi chi è più ricco può scegliere liberamente, per sé e per i propri figli, scuole di eccellente qualità, anche all’estero, chi è più povero, al contrario, è costretto a non poter scegliere.
Con il buono-scuola, in realtà, anche i ceti più deboli potranno scegliere le scuole che reputano migliori ed il servizio offerto dalle scuole statali, lungi dallo scomparire, sarà obbligato a cambiare rotta, a rimodellarsi.

In definitiva, il buono-scuola, introducendo linee di competizione all’interno del nostro sistema scolastico, è una misura tesa a migliorare sia le scuole statali sia quelle non statali. Gaetano Salvemini diceva che «dalla concorrenza delle scuole private libere, le scuole pubbliche hanno tutto da guadagnare e non da perdere».

La nostra Costituzione parla chiaro in tema di libertà di educazione. Ne fanno fede gli articoli 3, 30, 31, 33 e 34. L’articolo 30 prescrive che «È dovere e diritto dei genitori, mantenere, istruire ed educare i figli». L’articolo 31 afferma che la Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose e protegge la maternità e l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

L’articolo 33 sancisce che la Repubblica detta le norme generali sulla istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

L’articolo 34 afferma che la scuola è aperta a tutti; l’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi; la Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

È necessario favorire l’attuazione del dettato costituzionale dell’articolo 33, quarto comma, che recita: «La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà, ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali». Equipollenza di trattamento scolastico si intende su tutti gli aspetti della vita scolastica, compresi quelli economici, proprio perché la Costituzione non ne esclude nessuno. Il «senza oneri per lo Stato», di cui all’articolo 33, terzo comma, in relazione alla istituzione di scuole da parte di «enti e privati», va letto alla luce dei contenuti di cui al quarto comma del citato articolo 33 nei riguardi degli alunni di scuole paritarie. «Onere», significa che nessuno può obbligare lo Stato a erigere scuole non statali; nel contempo Stato e regioni, possono decidere di sostenere le scuole esistenti, o agevolare i genitori nel compito costituzionale e civile di educare i propri figli.
Vi è, invece, l’obbligo statale di garantire almeno una scuola dell’obbligo gratuita per tutti i cittadini in base all’articolo 34 della Costituzione. Non vi è riscontro che la scuola dell’obbligo debba essere assicurata solo a chi frequenta le scuole statali. Anzi. La Costituzione si basa sul principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini e sul dovere dello Stato di rimuovere le cause che la impediscono. Tocca allo Stato, quindi, garantire non solo l’insegnamento e l’apprendimento, ma anche l’effettivo esercizio di tali libertà a parità di condizioni.

Entrando in Europa, è venuta ulteriormente a maturare non solo l’esigenza di riformare lo Stato, ma anche di rivedere alcune impostazioni e concezioni che miravano a limitare la libertà di educazione. Nell’Unione siamo, con la Grecia, le uniche due Nazioni a non avere compiutamente legiferato in merito alla parità scolastica. Ricorda a tal proposito la risoluzione del Parlamento europeo del 14 marzo 1984, la quale dopo aver chiamato in causa l’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata il 10 dicembre 1948 e l’articolo 2 del Protocollo addizionale alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmato a Parigi il 20 marzo 1952, conferma i seguenti princìpi:
il diritto alla libera scelta della scuola per i figli da parte dei genitori;
il compito dello Stato di consentire la presenza di scuole pubbliche e private allo scopo necessarie ed equiparabili;
l’obbligo per gli Stati membri di rendere possibile il diritto alla libertà di insegnamento anche sotto il profilo finanziario e di accordare alle scuole le sovvenzioni pubbliche necessarie in condizioni uguali a quelle di cui beneficiano gli istituti statali corrispondenti.
Infatti la risoluzione ricordava agli Stati aderenti che «il diritto alla libertà di insegnamento implica, per sua natura, l’obbligo per gli Stati membri di rendere l’esercizio di tale diritto anche sotto il profilo finanziario».
Conseguentemente, anche in virtù dell’articolo 149 del Trattato che istituisce la Comunità europea, come modificato dal Trattato di Amsterdam di cui alla legge 16 gennaio 1998, n. 209, appare indispensabile che il Parlamento italiano affronti la questione della parità scolastica al fine di determinare i criteri che vanno adottati
per garantire condizioni di parità a tutti i cittadini eliminando le condizioni di discriminazione in cui versano.

Esame delle proposte di legge
Tutte e quattro le proposte di legge in esame possono essere considerate delle «variazioni sul tema» della libertà di educazione e sui modi con cui garantire la libertà di scelta di famiglie e studenti.
Una importante distinzione sta nel fatto che la proposta Garagnani è l’unica che si muove nel solco della normativa vigente e intende armonizzare le discipline regionali «al fine di rendere omogeneo il quadro normativo in materia di diritto allo studio e di parità scolastica così come delineato dalle varie leggi emanate dalle regioni, che si presentano particolarmente differenziate», come si legge nella relazione d’accompagnamento.

Le altre proposte di legge – con varie sfumature – riscrivono di fatto il sistema scolastico italiano sempre con riferimento alla effettiva realizzazione della libertà di educazione. E tutte e quattro sono accomunate dalla indicazione del buono-scuola come strumento per realizzare l’obiettivo. Nella pdl Garagnani il buono è prerogativa delle regioni, nelle altre è invece lo Stato centrale che eroga il buono.

In particolare, la proposta di legge Bono configura una vera e propria «rifondazione» del sistema scolastico italiano e prevede il buono-scuola come strumento più idoneo a finanziare il nuovo sistema.
La proposta di legge di iniziativa del deputato Angela Napoli riformula la legge n. 62 del 2000, di cui riprende parte dei contenuti. Si prevede un’erogazione del buono-scuola a vantaggio degli istituti scolastici, in ragione del numero di alunni. Oltre al buono-scuola, è previsto un intervento di diritto allo studio e le spese sostenute costituiscono crediti d’imposta.
Infine, la proposta di legge Bianchi Clerici è essenzialmente dedicata alla scuola dell’obbligo: il buono-scuola è erogato alle famiglie, che lo «girano» alla scuola stessa, statale o privata che sia.

In conclusione, oggi si avvia un cammino che non sarà breve né facile. Propone quindi di dividere i lavori in due fasi. Una prima fase, di approfondimento, potrebbe essere finalizzata alla discussione sulla relazione, per capire gli orientamenti dei colleghi e delle forze politiche, nonché allo svolgimento di audizioni sul funzionamento della legge n. 62 del 2000 e sul funzionamento delle leggi sul buono-scuola regionali, così come auspicato da alcuni gruppi. Sarebbe anche opportuno acquisire una panoramica su come funziona effettivamente tutta la questione del diritto allo studio e su come, nei Paesi dell’Unione e non solo viene risolto il tema della libertà di educazione, valutando altresì la posizione del Governo. Infatti le quattro proposte di legge sono tutte di iniziativa parlamentare, su di un tema ineludibile per le forze di maggioranza, sul quale queste ultime hanno chiesto la fiducia agli elettori. È ovviamente importante sapere quale intendimento intende assumere il Governo rispetto alla tematica in esame.

La seconda fase, di decisione, terminato l’ampio e doveroso approfondimento, dovrà vedere la commissione decidere su come procedere (nomina di un comitato ristretto, adozione di un testo base, ulteriori modalità di prosecuzione dell’esame).

Esprimo infine un auspicio. Oggi si inizia un percorso lungo e faticoso. Mi auguro che esso possa essere un momento serio di confronto tra concezioni culturali e politiche diverse e anche opposte tra loro, senza cedere alla tentazione di fare della scuola un campo di battaglia politica in funzione antigovernativa.


Nessun attacco surrettizio alla Legge sull’aborto

Scritto da Antonio Palmieri | 11 Giugno 2002 | Attività 2002

Secondo intervento in Aula durante le votazioni della legge sulla fecondazione assistita
del 11 giugno 2002

Nel corso del dibattito sulla importante legge sulla fecondazione medicalmente assistita sono intervenuto in aula nel corso del dibattito e delle votazioni. Di seguito puoi leggere il resoconto stenografico del mio secondo intervento.

Signor Presidente, intervengo per ribadire che non soltanto la scienza – e bisogna dirlo e ribadirlo, perché ciò vuol dire che la scienza ci dice che il concepito è uno di noi; lo dice almeno una parte degli scienziati – ma anche l’evidenza ci conferma che, quando parliamo con una donna che è in attesa di un bambino, non appena lo sappiamo, ci rivolgiamo a lei e parliamo del concepito come fosse già uno di noi: pensiamo come sarà, come si comporterà, che nome dargli.

Né vale dire, onorevole Moroni, che la dipendenza del concepito dal sangue della madre per vivere e per crescere costituisce un elemento che discrimina l’esistenza del secondo soggetto in campo, perché, allora, quando il figlio è nato, se la madre non lo nutre, evidentemente, anche in questo caso il figlio morirebbe.

Vorrei concludere, signor Presidente, ribadendo che non è nostra intenzione modificare la legge n. 194 del 1978, per il semplice motivo che all’articolo 1 – è stato già detto, ma giova ripeterlo – si dice che la vita viene tutelata «dal suo inizio». Dove sia l’inizio non è rilevante, perché la legge n. 194 del 1978 dà la preminenza allo stato di necessità della madre, della donna, che può scegliere cosa fare nel corso della sua gravidanza. Quindi, vorrei sottolineare ancora una volta che da parte nostra non c’è alcuna intenzione di portare un attacco surrettizio alla legge n. 194 del 1978 (Applausi di deputati del gruppo di Forza Italia).


Confrontiamoci, ma sempre nel rispetto della verità

Scritto da Antonio Palmieri | 11 Giugno 2002 | Attività 2002

Intervento in Aula durante le votazioni della legge sulla fecondazione assistita
del 11 giugno 2002

Nel corso del dibattito sulla importante legge sulla fecondazione medicalmente assistita sono intervenuto in aula nel corso del dibattito e delle votazioni. Di seguito puoi leggere il resoconto stenografico del mio primo intervento.

Signor Presidente, ho ascoltato l’invito proveniente da tutte le parti di questa Assemblea – e da ultimo formulato dall’onorevole Violante – ad un confronto sereno con tutte le componenti della Camera. Lo stesso invito è stato formulato questa mattina da rappresentanti del mio gruppo, così come da esponenti di tutti gli altri gruppi. Devo però dire – dopo aver ascoltato tutti gli interventi svolti nel corso del dibattito odierno – che è difficile pensare di poter andare ad un confronto sereno se non si mettono sul tavolo tutti gli elementi della questione.

È difficile pensare di poterci attribuire la paternità di un atteggiamento oscurantista, antiscientista e quant’altro (come avete brillantemente affermato), senza che voi citiate il fatto che numerosi scienziati di ogni fede, in tutto il mondo, sostengono che la vita umana comincia dal concepimento e che – come dicevano gli antichi – natura non facit saltus, per cui vi è un continuo sviluppo biologico fin dal momento del concepimento.
Si potrebbero citare anche le considerazioni del comitato nazionale di bioetica e quelle svolte a Roma tre mesi fa da docenti di tutte le facoltà di medicina e chirurgia.

Tuttavia, questo è il punto fondamentale: come possiamo giungere ad un confronto sereno con voi, con chi la pensa in modo diverso, con chi propone di sopprimere l’articolo 1 che dà il tono a tutto il provvedimento, quando voi negate la verità e, cioè, che gran parte degli scienziati affermano che l’embrione è vita umana e che quest’ultima comincia fin dal concepimento (Applausi di deputati del gruppo di Forza Italia)?


Disposizioni concernenti la scuola, l’università e la ricerca scientifica

Scritto da Antonio Palmieri | 5 Aprile 2002 | Attività 2002

Disegno di legge del governo di cui sono attualmente relatore alla Camera – aprile-luglio 2002
del 5 aprile 2002

Questo disegno di legge, già approvato al Senato – al quale dovremo comunque rimandarlo causa un errore formale, la ripetizione nel testo di due commi già inseriti in un’altra legge approvata dal Parlamento – riguarda alcune importanti misure relative a scuola, università e ricerca.

Ho fatto fissare il termine Il termine per presentare gli emendamenti in commissione alle 12 di mercoledì 22 maggio.

Eccoti un link per saperne di più

Abbiamo terminato mercoledì 3 luglio il voto in commissione sugli emendamenti. Ora attendiamo di sapere quando il provvedimento sarà calendarizzato in aula.

Eccoti un link per saperne di più


Riconoscere le sofferenze dei militari italiani internati in Germania

Scritto da Antonio Palmieri | 3 Aprile 2002 | Attività 2002

Testo definitivo proposta di legge Rivolta-Palmieri
del 3 aprile 2002

Dopo aver presentato in febbraio la prima bozza della proposta di legge per il riconoscimento delle sofferenze patite dai militari italiani deportati in Germania dopo l’8 settembre 1943, assieme al collega Dario Rivolta abbiamo perfezionato il testo, approfondendolo e ampliandolo, per il deposito ufficiale della nostra proposta di legge. Di seguito trovi il testo definitivo della proposta preceduto dalla relazione introduttiva.

RELAZIONE INTRODUTTIVA

Onorevoli Colleghi!
Il 20 Settembre del 1943 Adolf Hitler non riconobbe come prigionieri di guerra 650.000 militari italiani catturati e deportati in territorio tedesco, con il pretesto che il Regno d’Italia non era in guerra con il Terzo Reich (lo stato di belligeranza fu dichiarato dal governo italiano solo il 13 ottobre 1944), e con il fine di poterli utilizzare nei campi di lavoro in condizioni di schiavitù.
Dalla Germania nazista essi furono infatti classificati Internati Militari Italiani, categoria ignorata dalla Convenzione di Ginevra del 1929 sui prigionieri di guerra.

Seguirono a ciò venti mesi di violenze fisiche e morali, fame, malattie. Oltre 50.000 italiani persero la vita nei Lager. I sopravvissuti furono ipocritamente etichettati dalla Germania nazista come “lavoratori civili volontari/obbligati”.
Nel 19… la Repubblica Federale tedesca decise di riconoscere un indennizzo agli “schiavi di Hitler”, a coloro cioè che nel corso della seconda guerra mondiale si trovarono esattamente nelle condizioni dei nostri connazionali internati e costretti in schiavitù.
Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), che si occupa in ambito ONU del problema, in Italia furono presentate 80.000 domande di indennizzo.
Nell’agosto 2001 la Repubblica Federale Tedesca cambiò opinione e riconobbe a posteriori gli IMI come “prigionieri di guerra”, come cioè se essi fossero stati nutriti ed assistiti dalla Croce Rossa, curati e non obbligati a lavorare, così come prevede la Convenzione di Ginevra.

Gli 80.000 italiani che presentarono domanda restano così esclusi dal novero di coloro che ricevono l’indennizzo dallo stato tedesco.
Non si può fare a meno di sottolineare che l’invito alla presentazione della domanda di indennizzo a tutti coloro che erano stati costretti al lavoro forzato ha suscitato in decine di migliaia di italiani già innanzi con gli anni delle aspettative. Aspettative strettamente legate non tanto alla somma materiale che si sarebbe potuta ottenere, essendo sensazione comune che si dovesse trattare di un riconoscimento simbolico, quanto alla percezione che questo riconoscimento avrebbe di fatto certificato la partecipazione ufficiale alla Loro sofferenza e l’assegnazione di un particolare significato ad un momento particolarmente doloroso della Loro vita.

La Repubblica italiana non può ignorare questi sentimenti di attesa fiduciosa di tanti suoi anziani cittadini.
Per questo motivo la seguente Proposta di Legge ha l’obiettivo di:

– assegnare un riconoscimento morale agli IMI ormai defunti con la consegna ai loro familiari di una medaglia alla memoria;

– riconoscere un indennizzo economico, seppur simbolico, agli ex IMI viventi alla data di scadenza per la presentazione delle domande, unitamente ad un attestato che comprova la loro appartenenza agli IMI;

– istituire una giornata commemorativa, identificata nel giorno del 20 Settembre 2003, in occasione del cinquantenario del giorno in cui Hitler non riconobbe ai militari italiani lo status di prigionieri di guerra, rendendoli pertanto schiavi del Terzo Reich.

La Repubblica italiana, con l’approvazione di questa proposta di legge, rende finalmente giustizia a quei suoi figli che, in un momento tragico per tutta l’umanità, furono vittime di ulteriori abusi e violenze, solamente perché avevano un’unica “colpa”: servire la propria Patria.

Art.1 (Finalità)

1. La Repubblica Italiana vuole tributare il doveroso riconoscimento per le sofferenze ingiustamente subite dai Militari Italiani Internati (I.M.I.) durante la seconda guerra mondiale in Germania. Ad essi il Reich tedesco non ha riconosciuto, all’epoca del loro internamento, lo status di prigioniero di guerra ai sensi della Convenzione relativa al trattamento dei prigionieri di guerra, stipulata a Ginevra il 27 luglio 1929, resa esecutiva dal Regio Decreto – legge 23 ottobre 1930, n. 1615. Successivamente nemmeno la Repubblica Federale Tedesca non ha riconosciuto loro il diritto ad alcun indennizzo.

Art.2 (Istituzione della giornata commemorativa)

1. E’ istituita la “Giornata in memoria dei militari italiani caduti nei campi di internamento tedeschi”, che è celebrata il 20 settembre 2003, con la deposizione di una corona commemorativa presso l’Altare della Patria.

Art.3 (Ammissibilità all’onorificenza e all’indennizzo)

1. Agli effetti del riconoscimento dello status di Internati Militari Italiani e della conseguente attribuzione dell’onorificenza e dell’indennizzo saranno ritenute valide le domande presentate dagli interessati alla Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (O.I.M.).

2. A tal fine l’O.I.M. tramite la sua missione di Roma, trasmette alla Commissione di cui al successivo articolo 4 le istanze di riconoscimento sinora pervenute unitamente alla documentazione allegata.

Art. 4 (Commissione Esaminatrice)

1. E’ istituita una commissione esaminatrice delle domande (art.3 comma 1) composta da un rappresentante per ognuno dei seguenti organismi:
Presidenza del Consiglio dei Ministri,
Ministero degli Interni,
Ministero della Difesa,
Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (O.I.M.),
Associazione Nazionale Reduci e Prigionieri di guerra (A.N.R.P.).

2. La Commissione valuterà gli strumenti interni necessari per la valutazione e l’approvazione delle domande, già esaminate in via preliminare dall’O.I.M.:

a) in quanto a personale e dotazioni, usufruendo delle strutture messe a disposizione dalla Presidenza del Consiglio;

b) in quanto a regolamento, provvedendo alla predisposizione dello stesso, da approvare sotto forma di D.P.C.M.

Art. 5 (Onorificenza)

1. La Repubblica italiana insignisce gli I.M.I. deceduti nei campi di internamento tedeschi di medaglia alla memoria conferita dal Presidente della Repubblica. L’onorificenza sarà consegnata ai familiari con cerimonia solenne il 20 Settembre 2003, in occasione della “Giornata in memoria dei militari italiani caduti nei campi di internamento tedeschi”.

2. Ai reduci I.M.I. viventi viene riconosciuto il periodo di detenzione nei campi di internamento tedeschi con attestato rilasciato dai distretti militari.

Art.6 (Indennizzo)

1. Ai cittadini italiani, già militari internati ai sensi dell’art. 1, viventi alla data del 15 febbraio 1999, è riconosciuto un indennizzo simbolico.

2. All’onere derivante dall’attuazione del comma 1, pari a 45 milioni di Euro si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2002-2004, nell’ambito dell’unità previsionale di base di parte corrente “Fondo speciale” dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2002, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al Ministero degli affari esteri.

3. Il Ministero dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.


Pagelle multietniche o meglio insegnare l’italiano?

Scritto da Antonio Palmieri | 12 Febbraio 2002 | Attività 2002

Interrogazione al ministro Moratti
del 12 febbraio 2002

Dopo aver appreso la notizia che leggi di seguito, ho presentato questa interrogazione urgente in Commissione Cultura al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca:
premesso che:

venerdì 8 febbraio è stata divulgata la notizia che nel circolo didattico di Altopascio (Lucca), a conclusione del primo quadrimestre, per la prima volta in Italia verranno distribuite pagelle “multietniche”, scritte in arabo, cinese, albanese, russo per meglio spiegare alle famiglie di immigrati il rendimento dei loro figli. Alla scheda ufficiale di valutazione in italiano sarà allegata una scheda scritta nella lingua d’origine della famiglia dell’alunno;

pur apprezzando le buone intenzioni dei responsabili del distretto scolastico, è fuor di dubbio che l’imparare correttamente l’italiano sia un fondamentale strumento di integrazione per gli immigrati, di qualunque età essi siano e da qualunque nazione provengano;

studi, ricerche ed esperienze svolte in Paesi oggetto di immigrazione quali il Canada e gli Stati Uniti, hanno dimostrato che sono proprio gli immigrati che ne imparano a usare correttamene la lingua coloro i quali hanno la maggiori possibilità di esercitare un ruolo pieno e attivo nel Paese che li accoglie;

è peraltro evidente che spetta alla scuola il dovere di farsi carico del compito fondamentale di insegnare l’italiano agli immigrati, facendo attenzione a iniziative che rischiano di concorrere a rendere più complicato e a ritardare l’effettivo inserimento culturale, sociale ed economico di quanti vengono a stabilirsi nel nostro Paese:

– quali iniziative intenda prendere il Ministero per sollecitare le scuole italiane a svolgere il fondamentale compito di favorire l’integrazione degli immigrati a partire dall’apprendimento della lingua italiana, senza indulgere in iniziative che possono rivelarsi più dannose che utili.


Trenta deputati in difesa di Andrea Longo

Scritto da Antonio Palmieri | 21 Gennaio 2002 | Attività 2002

Anch’io ho aderito alle Interrogazioni in difesa del campione azzurro degli 800 metri piani
del 21 gennaio 2002

Con piacere ho aderito alla iniziativa del collega della Margherita Andrea Colasio, che ha portato il “caso Longo”, il mezzofondista Veneto squalificato per due anni per doping in Parlamento.

Longo dopo aver assunto un integratore, autorizzato e notificato alla vendita dal ministero della sanità, era riscontrato positivo ad un controllo antidoping. La quantità della sostanza trovata nelle urine di Longo era una quantità talmente minima da non poter produrre nessun effetto positivo sulla prestazione fisica dell’atleta.

“L’antidoping – ha spiegato l’atleta – ha dimostrato che avevo una positività di pochissimo sopra la soglia (3.6 contro un massimo di due nanogrammi per millimetro ) Perchè mai avrei dovuto doparmi in maniera cosi stupida? Il Nandrolone è la più vecchia e conosciuta sostanza dopante riconosciuta facilmente anche dai più rudimentali test antidoping. L’integratore della società americana Ultimate Nutrition è stato venduto fino ad ora, in libera vendita, in tutte le farmacie del territorio nazionale. Qualsiasi sportivo poteva procurarsi quel prodotto.”.

Da un esame attento, su uno dei campioni sigillati, eseguito da uno dei maggiori laboratori di analisi di sostanze per lo sport, quello di Colonia, è risultato che l’integratore conteneva una sostanza inquinante, il norandrostenedione un metabolità del nandrolone sostanza pericolosa e ritenuta dopante. Molto probabilmente la sostanza è stata introdotta per un errore di fabbricazione.

L’etichetta di questo integratore il BCAA non conteneva nessuna indicazione che potesse far pensare alla presenza del nandrolone nel prodotto. Questo a grave danno di tutti gli sportivi sia professionisti che semplici corridori della domenica che potrebbero, inconsapevolmente, aver fatto uso del nandrolone.

Longo non ha mai fatto mistero sull’utilizzo di questo integratore. La sua sicurezza derivava dal fattoi che la società che lo produce, è sponsor e distributore ufficiale di molte società sportive di alto livello tra cui il Benetton Rugby Treviso, la Nazionale di Baseball e Softball e ha come testimonial numerosi campioni come il bronzo ai pesi massimi alle olimpiadi di Sydney, atleti della Nazionale sci Alpino, il primatista italiano sci alpino, il pluricampione italiano Lancio del disco e molti altri atleti di grosso calibro.

Anche la sentenza di squalifica ha sollevato Andrea Longo da una responsabilità oggettiva, definendo la responsabilità dell’atleta limitata al fatto che “ogni atleta è responsabile di ciò che ingerisce” limitandosi a dare la responsabilità a terzi. Rimane però la assurda squalifica a due anni dal mondo delle gare, squalifica senza precedenti, mai applicata neanche ai casi più gravi. Questa sentenza di primo grado della Fidal è quasi cinque volte maggiore a quella inflitta allo juventino Davids.

E’ proprio a questa sentenza che noi trenta deputati (guidati dall’On. Colasio) ci opponiamo, chiedendo che la questione si risolva seguendo la logica del buon senso. Resta da appurare come con quali procedure vengano rilasciate le autorizzazioni alla vendita di questi prodotti. Chiediamo maggiori controlli, soprattutto sui prodotti sportivi, che hanno un potenziale bacino di utenza costituito da quasi un terzo della popolazione.

Proprio questo oggetto hanno le due interrogazioni Parlamentari che abbiamo presentato al sottosegretario allo Sport Pescante e al Ministro della Salute Sirchia. Dobbiamo fare di tutto perché i giovani atleti non assumano per sbaglio sostanze dopanti con l’assenso del ministero della Sanità, sarebbe una responsabilità imperdonabile. Dobbiamo predisporre periodici e rigorosi controlli su questi prodotti, magari caricando sulle società produttrici l’onere derivante dalle analisi.

Ora Andrea Longo vittima incolpevole di questo malinteso rischia di non poter partecipare alle gare fino al 2003 e di vedersi escludere d’ufficio dalla squadra atletica della Polizia di Stato. Aspettiamo adesso il secondo grado di giudizio e le risposte del sottosegretario ai Beni Culturali con delega allo sport Pescante e del ministro della salute Sirchia. Speriamo che questa volta prevalga il buon senso.



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