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Palmieri: dona il tuo sangue all’Avis

Antonio Palmieri

Archivio del mese di luglio 2002

Palmieri: dona il tuo sangue all’Avis

Scritto da Antonio Palmieri | 24 luglio 2002 | RASSEGNA STAMPA

Comunicato del 24 luglio 2002

Durante l’estate negli ospedali italiani c’e’ una grave carenza di sangue per le trasfusioni. Per contribuire a sensibilizzare i cittadini su questa emergenza, questa mattina l’on. Antonio Palmieri, deputato del collegio di Cantu’-Mariano, ha donato il proprio sangue nell’ambito della giornata di sensibilizzazione organizzata da un gruppo di deputati di tutti gli schieramenti politici all’ingresso della camera dei Deputati.
“La carenza di sangue per le trasfusioni – ha detto Palmieri – e’ uno di quei casi in cui ciascun cittadino puo’ dare il proprio contributo per risolvere un problema a beneficio di tutti. Prima di partire per le vacanze sarebbe bello e utile se chi puo’ donasse il proprio sangue. Questa si’ che sarebbe una “partenza intelligente”.
Nei prossimi mesi – conclude Palmieri – assieme al gruppo di deputati che ha organizzato la giornata odierna di donazione del sangue, organizzeremo altre iniziative di sensibilizzazione”.


Come incentivare la lettura in Italia

Scritto da Antonio Palmieri | 24 luglio 2002 | Attività 2002

Intervento in commissione durante l’audizione del sootosegretario all’editoria Paolo Bonaiuti
del 24 luglio 2002

Ringrazio il sottosegretario Bonaiuti per la sua relazione. Il mio intervento si concentrerà sull’argomento della lettura, con una breve appendice riguardante Internet.
Sulla lettura sia la maggioranza sia l’opposizione sono d’accordo che si tratta di una grande opera, che si aggiungerà all’elenco delle grandi opere che il Governo e la Commissione sono chiamate a realizzare nell’arco dei restanti quattro anni di legislatura, attraverso tre tipologie di intervento: dall’alto, dal basso, e dal medio. La politica interviene dall’alto, la società dal basso, e nel medio – in medio stat virtus, anche se mi piacerebbe che nei mass media stesse la virtus – si interviene con i media innovativi e tradizionali per incentivare la lettura.

Le richieste degli onorevoli Colasio e Giulietti troveranno le loro risposte dalla legge sul libro, che non è una chimera, e che sarà in arrivo alla ripresa dei lavori della Camera.
Il sottosegretario Bonaiuti ha evidenziato il ruolo della scuola; a tale riguardo mi limito a sottolineare che il ministro Moratti ha già compiuto interventi per migliorare e potenziare i luoghi di lettura nelle scuole, attrezzandole con spazi accoglienti per le letture dei ragazzi, e per formare i docenti nell’introduzione degli studenti verso il piacere della lettura. A tal proposito sono state finanziate direttamente 500 scuole, con l’assegnazione di contributi per lo sviluppo di spazi moderni ed attrezzati per la lettura, affinché siano laboratori attivi e multimediali; ad esse si sono aggiunte altre 300 scuole consorziate, che nelle intenzioni del ministero costituiranno un network nazionale, primo punto di riferimento e sostegno per i tanti progetti di lettura avviati in altri istituti scolastici del paese. Ho scoperto tale iniziativa avendo avuto il piacere di partecipare al Salone del libro di Torino, sostituendo il nostro presidente ad un convegno; mi sono documentato sulla materia e devo dirvi che io stesso ne ignoravo l’esistenza.

Per quanto riguarda l’intervento dal basso, conformemente alla nostra impostazione politica e culturale, esistono attività di case editrici piccole e grandi, di enti ed istituzioni piccole e medie del paese, per il sostegno alla lettura, come i “presidi del libro”, presenti nelle regioni meridionali, e particolarmente favoriti dall’editore Laterza. Penso ad alcune iniziative tipo «Nati per leggere» oppure «La banca per il tempo ritrovato», dove venivano coinvolte delle persone che concedessero del tempo per andare a leggere libri a ragazzi in situazione di difficoltà. C’è una molteplicità di iniziative di diffusione della lettura partite dal basso, di cui ignoriamo l’esistenza, che sono già in fase fiorente sul territorio e che andrebbero assolutamente valorizzate dal Parlamento (in fondo la sussidiarietà è anche questo).

Arrivo all’ultimo punto, il discorso sul mezzo, con un’osservazione ed una proposta. L’osservazione: anche in questo settore vi sono nuove esperienze che configurano inedite alleanze tra media; penso, per esempio, ad alcune iniziative di RAI educational; alle iniziative del libro in edicola con il quotidiano (Repubblica, Corriere della sera) con notevole successo per chi le ha promosse; penso a trasmissioni televisive come «Per un pugno di libri» su RAI 3, attiva ormai da qualche anno, che, pur non avendo un grandissimo ascolto, rappresenta comunque un modo innovativo di proporre il libro coinvolgendo i giovani. Un’attività di coordinamento, di supporto e di potenziamento di queste iniziative potrebbe forse essere utile ed efficace.
La proposta: non credo molto alle iniziative di campagne promozionali di incentivo alla lettura (come il sottosegretario ben sa, in base alla frequentazione di un grande comunicatore che ci accomuna, le campagne istituzionali non funzionano bene); perché allora non utilizzare le campagne per dare spazio alle iniziative che già si muovono nel territorio. Mi riferisco alle esperienze citate prima: anziché fare pubblicità generica alla lettura: fare pubblicità di prodotto piuttosto che pubblicità istituzionale. Fatte salve tutte le cautele, tutti gli editori, grandi e piccoli, possono essere partecipi di queste iniziative. In tal modo non daremmo alcun vantaggio competitivo a nessuna azienda in particolare, raggiungendo lo scopo di produrre una comunicazione mirata e concreta piuttosto che una generica del tipo: «asino chi non legge», uno slogan sicuramente poco concludente e in parte offensivo.

Su Internet… l’onorevole Giulietti mi continua ad additare con la mano tesa, e mi è difficile rifiutare una mano tesa… GIUSEPPE GIULIETTI: “Non vi era alcuna intenzione nascosta.”. ANTONIO PALMIERI: Vorrei prendere la mano tesa dall’onorevole Giulietti in questo senso: riguardo alla disciplina dei prodotti editoriali in Internet condivido quanto detto da lui. Esiste il problema di non soffocare le numerosissime realtà che operano in rete (non-profit; singole persone che pubblicano dei testi sul loro sito). Le leggi vanno rispettate, ma, in cauda venenum, bisognerebbe farlo presente anche all’Unità, che ha pubblicato un articoletto di reprimenda al Governo, in quanto, secondo il giornale, nella legge comunitaria 2001 è previsto un meccanismo con cui si andrebbe a modificare il dispositivo previsto dalla legge sull’editoria per chi fa editoria in Internet, non rendendo più obbligatoria la registrazione; tuttavia, lo scopo di questo tipo di meccanismo è proprio quello di tutelare i piccoli editori e conferma come chi riceva prebende, sussidi, fondi o aiuti è poi tenuto a rispettare le leggi vigenti. Grazie…


Risoluzione a favore degli insegnanti di sostegno

Scritto da Antonio Palmieri | 17 luglio 2002 | Attività 2002

Testo approvato in commissione
del 17 luglio 2002

La VII Commissione, premesso che:

gli alunni portatori di handicap per poter ottenere una reale integrazione scolastica necessitano di insegnanti di sostegno specializzati;

numerosi insegnanti di sostegno hanno conseguito il relativo titolo di specializzazione frequentando i corsi biennali attivati dalle Università ai sensi del Decreto interministeriale n. 460 del 24 novembre 1998;

tali insegnanti, non essendo in possesso dell’abilitazione all’insegnamento, non hanno potuto accedere alle graduatorie permanenti previste dall’articolo 401 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297 e successive modificazioni;

la maggior parte degli insegnanti in questione, pur in mancanza dell’abilitazione all’insegnamento, ma avendo conseguito il titolo di specializzazione (a norma della legge n. 104 del 1992), ed a causa della forte richiesta di personale specializzato ha, negli anni scorsi, avuto l’incarico annuale;

l’aspettativa lavorativa di questi insegnanti consolidatasi negli anni, è destinata però ad essere vanificata fin dal prossimo anno scolastico, a causa dell’inserimento nelle graduatorie permanenti (previste dal decreto direttoriale del 12 febbraio 2002) di un numero elevato di docenti abilitati presso le scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario (SSIS) i quali, avendo seguito, nel loro percorso formativo, le previste 400 ore aggiuntive attinenti l’integrazione scolastica degli alunni in situazione di handicap hanno titolo a svolgere l’insegnamento sui posti di sostegno;

a tutto questo si è aggiunto il decreto ministeriale del 20 febbraio 2002 che consente alle Università l’attivazione di nuovi corsi di specializzazione per il sostegno (di 800 ore) riservati però a chi è già in possesso del titolo dell’abilitazione all’insegnamento;

tutti gli insegnanti specializzati sul sostegno e abilitati, sopra indicati, avranno quindi priorità rispetto a coloro che hanno conseguito il titolo di specializzazione in attuazione del decreto interministeriale n. 460 del 1998 (1.150 ore in due anni ) ma che non sono in possesso, come gia detto, dell’abilitazione, e che però negli anni trascorsi, hanno maturato una significativa esperienza di insegnamento;

impegna il Governo:

a dare una soluzione anche di carattere legislativo al problema in modo che i docenti interessati in possesso del titolo di studio prescritto, e che abbiano 180 giorni di servizio, possano conseguire, nelle scuole di specializzazione dell’insegnamento secondario l’abilitazione al predetto insegnamento previa valutazione da parte delle scuole stesse, del percorso didattico teorico-pratico e degli esami sostenuti per il conseguimento del diploma di specializzazione per il sostegno, ai fini del riconoscimento dei relativi crediti didattici, anche per consentire loro un abbreviazione del percorso degli studi della scuola di specializzazione con iscrizione in soprannumero al secondo anno di corso della scuola;

a prevedere, nel contesto della stessa soluzione, analoga valutazione da parte dei corsi di laurea in scienze della formazione primaria di cui all’articolo 3, comma 2 della legge 9 novembre 1990, n. 341, ai fini del conseguimento della laurea predetta per coloro che, in possesso del diploma biennale di specializzazione per le attività di sostegno, siano immatricolati con il possesso del diploma di scuola secondaria superiore;

a prevedere altresì che l’esame di laurea sostenuto a conclusione dei corsi in scienze della formazione primaria, comprensivo della valutazione delle attività di tirocinio previste dal relativo percorso formativo, abbia valore di esame di Stato ed abiliti all’insegnamento, rispettivamente nella scuola materna o dell’infanzia e nella scuola elementare o primaria, e consentire l’inserimento nelle graduatorie permanenti previste dall’articolo 401 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, e successive modificazioni;

a prevedere che l’attuazione di quanto previsto nella soluzione prospettata abbia luogo in tempo utile per consentire ai docenti interessati di inserirsi, nelle graduatorie permanenti, con l’anno scolastico 2003-2004.

a ricercare nelle more del conseguimento del titolo prescritto da parte dei docenti specializzati in questione, per quanto possibile e nel rispetto delle norme vigenti, soluzioni amministrative che consentano la continuità del servizio di tali docenti nell’anno scolastico 2002-2003.

Deputati firmatari dellla risoluzione: Angela Napoli, Butti, Rositani, Fatuzzo, Garagnani, Bianchi Clerici, Lucchese, Colasio, Maggi, Gambale, Palmieri, Licastro Scardino, Santulli, Carli, Sasso, Martella, Grignaffini, Titti De Simone.


Legge per il riconoscimento del ruolo sociale degli oratori

Scritto da Antonio Palmieri | 16 luglio 2002 | Attività 2002

Approvato l’importante emendamento da me sottoscritto
del 16 luglio 2002

Il 16 luglio la Camera ha approvato la proposta di legge per il riconoscimento del ruolo sociale degli oratori parrocchiali. Con alcuni colleghi di Forza Italia ho firmato un emendamento che riscrive l’articolo 2, facendo in modo che i comuni siano tenuti a dare l’8% degli oneri di urbanizzazione secondaria per gli oratori e le opere annesse.

Art. 1.
1. In conformità ai princìpi generali di cui al capo I della legge 8 novembre 2000, n. 328, e a quanto previsto dalla legge 28 agosto 1997, n. 285, lo Stato riconosce e incentiva la funzione educativa e sociale svolta nella comunità locale, mediante le attività di oratorio o attività similari, dalle parrocchie e dagli istituti religiosi cattolici nonchè dalle altre confessioni religiose con le quali lo Stato ha stipulato un’intesa, ferme restando le competenze delle regioni e degli enti locali in materia.

2. Le attività di cui al comma 1 sono finalizzate a favorire lo sviluppo, la realizzazione individuale e la socializzazione dei minori, degli adolescenti e dei giovani di qualsiasi nazionalità residenti nel territorio nazionale. Esse sono volte in particolare a promuovere la realizzazione di programmi, azioni e interventi, finalizzati alla diffusione dello sport e della solidarietà, alla promozione sociale e di iniziative culturali nel tempo libero e al contrasto dell’emarginazione sociale e della discriminazione razziale, del disagio e della devianza in ambito minorile, favorendo prioritariamente le attività svolte dai soggetti di cui al comma 1 presenti nelle realtà più disagiate.

3. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano riconoscono, nell’ambito delle proprie competenze, il ruolo degli oratori e degli enti che svolgono attività similari.

Art. 2.
1. In attuazione di quanto previsto dall’articolo 53 della legge 20 maggio 1985, n. 222, gli immobili e le attrezzature fisse degli oratori e degli enti che svolgono attività similari ai sensi dell’articolo 1, comma 1, sono considerati opere di urbanizzazione secondaria.

2. Ai sensi della legge 22 ottobre 1971, n. 865, e del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, l’accantonamento che i comuni sono tenuti a riservare per gli edifici di culto e le opere ad essi pertinenti è pari almeno all’8 per cento delle somme dovute in ragione d’anno per oneri di urbanizzazione secondaria. L’accantonamento è calcolato su tutti gli oneri di urbanizzazione secondaria, tenendo conto delle somme effettivamente riscosse e di quelle non introitate per effetto dello scomputo riconosciuto ai titolari della concessione edilizia per l’esecuzione diretta delle opere di urbanizzazione secondaria o per la cessione delle relative aree.

3. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 si applicano a decorrere dal 1º gennaio 2003.

Art. 3.
1. Ai fini della realizzazione delle finalità di cui alla presente legge, lo Stato, le regioni, le province autonome di Trento e di Bolzano, gli enti locali, nonchè le comunità montane possono concedere in comodato, ai soggetti di cui all’articolo 1, comma 1, beni mobili e immobili, senza oneri a carico della finanza pubblica.


L’attenzione ai più piccoli esige una programmazione RAI migliore

Scritto da Antonio Palmieri | 16 luglio 2002 | Attività 2002

Risoluzione al governo
del 16 luglio 2002

La Commissione parlamentare per l’infanzia,
considerato che il contratto di servizio tra il Ministero delle comunicazioni e la RAI, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 8 febbraio 2001, scadrà il 31 dicembre 2002;
considerato che sono in corso le procedure per il rinnovo del contratto di servizio medesimo,

impegna il Governo

a far sì che nell’ambito delle tre reti pubbliche sia istituita una direzione o servizio tripartito di coordinamento, con il compito di dare vita a un palinsesto integrato in grado di assicurare la uniforme distribuzione sulle tre reti pubbliche dei programmi diretti all’infanzia e alla adolescenza;
a che sia assicurata la produzione di programmi destinati non solo ai bambini ma anche agli adolescenti, adeguati alla loro formazione e con una impostazione culturale con caratteristiche prevalentemente europee;
a che sia prevista una “finestra parlamentare” diretta a comunicare le iniziative che il Parlamento italiano assume specificatamente per l’infanzia e l’adolescenza;
a che la pubblicità trasmessa durante le fasce protette non veda protagonisti bambini e sia prodotta da società che prevedano iniziative e programmi debitamente comprovati a favore dell’infanzia e dell’adolescenza.


Il buono scuola, strumento di libertà

Scritto da Antonio Palmieri | 2 luglio 2002 | Attività 2002

Relazione introduttiva
del 2 luglio 2002

Con questa mia relazione introduttiva – in quanto relatore del provvedimento – inizia in Commissione Cultura l’iter della legge sulla parità scolastica. Di seguito puoi leggere il verbale della relazione:

“Il relatore avverte preliminarmente che la relazione che si accinge a svolgere sarà articolata in tre parti. La prima consisterà in una introduzione cultural-politica per inquadrare correttamente la questione e la linea di pensiero nella quale essa si inserisce nonché per tentare di cogliere gli elementi di fondo unificanti delle quattro proposte di legge all’attenzione della Commissione. Ciò non soltanto per una forma di rispetto nei confronti dei deputati che hanno promosso l’iniziativa legislativa in materia ma anche al fine di rendere più agevole il confronto tra la maggioranza e le varie componenti dell’opposizione, con l’obiettivo di pervenire ad un auspicabile punto di incontro.
Nella seconda parte della relazione affronterà invece, nel merito, l’illustrazione delle proposte di legge, giungendo quindi ad un passaggio finale di carattere metodologico, collegato ad un auspicio.

Il dibattito in corso verte su una fondamentale libertà: la libertà di educazione, ossia un concetto – o, meglio, un diritto-dovere – che poggia su due cardini. Il primo, culturale, basato sul ribadire con chiarezza il concetto di servizio pubblico, con tutte le conseguenze che ne derivano; il secondo, costituzionale, fondato sulle garanzie, sui compiti e sui doveri che la Costituzione attribuisce alle famiglie ed allo Stato in merito all’istruzione dei figli.

Con riferimento al cardine culturale sotteso alla questione in esame, rileva che pubblico non è uguale a statale. Pubblico è il servizio erogato: non lo deve essere necessariamente anche il soggetto erogatore. Ancora oggi, in alcune forze politiche e, purtroppo, anche nella mentalità di troppi cittadini, il concetto di pubblico coincide con quello di statale. Frutto di culture, di ideologie e di politiche stataliste attuate per decenni nel nostro paese, l’equazione pubblico uguale statale ha determinato una gestione monopolista e statalista della cosa pubblica, che ha prodotto inefficienza nei servizi e spreco di denaro pubblico ma, soprattutto, ha determinato lo scollamento tra cittadini ed istituzioni, la deresponsabilizzazione dei singoli e dei gruppi sociali, il disimpegno nei confronti dei beni collettivi che, essendo di tutti, finiscono per non essere di nessuno.

Nell’ambito della scuola, il superamento di questa errata concezione di servizio pubblico è stato enunciato nella legge n. 62 del 2000 («Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione»). Qui finalmente una legge dello Stato sancisce la funzione pubblica delle scuole non statali, riconoscendo che «il sistema nazionale di istruzione è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e dagli enti locali». Peraltro il riconoscimento della funzione pubblica delle scuole non statali è già contemplato dalla Costituzione, che assicura la piena libertà alle scuole non statali, ne riconosce la piena dignità ed il valore legale del titolo di studio da esse rilasciato.

La legge n. 62 del 2000 riconosce la parità giuridica ma non la parità economica. Infatti, alla dichiarazione di principio contenuta nella parte iniziale della legge non è seguita nei fatti l’indicazione su come realizzare la parità economica, unica misura in grado di dare la parità scolastica, garantendo la libertà di educazione, cioè di scelta per le famiglie, a prescindere dalle loro condizioni di reddito. L’unico intervento di tipo economico compreso nella legge n. 62 del 2000 è quello previsto dalla norma in materia di «interventi economici realizzati prioritariamente in favore delle famiglie in condizioni svantaggiate». Si tratta di un intervento che non sancisce la parità scolastica per tutte le famiglie e che, per di più, prefigura ancora una volta una politica familiare di tipo prettamente assistenziale e non di promozione di tutti i nuclei familiari.

In questo contesto, il buono-scuola viene proposto come strumento per attuare la parità e portare a compimento il dettato della legge n. 62 del 2000. Esso è stato definito una «Carta di liberazione per le famiglie meno abbienti», perché consente alle famiglie di scegliere liberamente la scuola alla quale iscrivere i propri figli, senza limitazioni dovute al reddito. Idea avanzata inizialmente dal premio Nobel per l’economia Milton Friedman, successivamente ripresa da un altro premio Nobel, Friedrich von Hayek, e che ha trovato in Italia adesioni da parte di intellettuali liberali, quali Antonio Martino, Antiseri, Adornato, Infantino ed altri, il buono-scuola è innanzitutto una proposta che favorisce la libertà delle famiglie nella scelta di quella che reputano la migliore educazione per i propri figli e che consente di attuare compiutamente quanto previsto dalla legge sulla parità approvata dal precedente Governo.

Onestà intellettuale e correttezza politica impongono tuttavia di precisare che il buono-scuola è uno dei possibili strumenti per attuare la libertà di educazione: nel dibattito in corso da alcuni anni su questa materia ne sono stati indicati altri, quale, ad esempio, il credito d’imposta, che mirano allo stesso obiettivo: rendere concreta per tutte le famiglie la possibilità di scelta in campo scolastico.

La realizzazione della parità scolastica attraverso lo strumento del buono-scuola contribuisce a realizzare un nuovo sistema di Welfare, fondato su di un diverso rapporto tra Stato e società civile, rapporto fondato su quel formidabile principio di libertà (e di responsabilità) che è il principio di sussidiarietà.
Oggi il campo della scuola è uno dei settori della società italiana nei quali più acuto comincia a farsi sentire il contrasto tra i bisogni dei cittadini e le prestazioni dello Stato. Anche in questa circostanza il principio di sussidiarietà «orizzontale» – non faccia lo Stato ciò che i privati possono fare da soli e le istituzioni pubbliche intervengano solo laddove singoli e corpi sociali sono in situazione di difficoltà e per il tempo strettamente necessario a renderli nuovamente protagonisti – costituisce la più solida difesa della libertà e responsabilità dei singoli e dell’autonomia dei corpi intermedi nei confronti delle pretese dello statalismo e la più adeguata e moderna risposta alla crisi del vecchio sistema del Welfare State, in crisi per motivi economici e per un deficit di qualità delle sue prestazioni.

Nell’orizzonte culturale determinato dal principio di sussidiarietà, la proposta del buono-scuola va nella direzione della costruzione di un nuovo tipo di Welfare, che sappia garantire il carattere universale della tutela sociale e, nel contempo, aumentare qualità ed efficienza dei servizi. Alcuni studiosi definiscono questa nuova proposta Welfare society o Welfare community, altri «società della libertà scelta». Comunque lo si voglia chiamare, questo nuovo sistema consiste nel fare entrare concretamente a pieno titolo nel sistema pubblico oltre all’offerta statale di servizi anche un offerta privata (entrambe regolate dalle autorità governative), sulla quale chiamare ad intervenire imprese, cooperative, mondo nel non profit, per dare ai cittadini la possibilità di scegliere liberamente la qualità della propria formazione.

Il pieno coinvolgimento dei corpi sociali nella gestione dei servizi accresce la libertà di scelta dei cittadini e, insieme, la responsabilità di tutti verso il «bene comune», sentimento che non può emergere finchè prevale il sentore di essere sudditi di uno Stato-padrone nei confronti del quale ci si limita a lamentarsi, mai assumendo l’onere di un’azione positiva. Viceversa, si ritiene che lo Stato non sia padrone del bene comune, ma debba porsi al suo servizio promuovendo, stimolando ed armonizzando tutte le energie che, all’interno della società, sono disposte a mettersi in gioco.

In definitiva è questo l’orizzonte entro cui si colloca la proposta del buono-scuola: un’offerta pubblica (statale o privata) all’interno della quale cittadini e famiglie possano scegliere l’offerta che preferiscono. Inoltre, l’estensione a tutte le famiglie – in base a criteri che tengano nel dovuto conto le differenze di reddito – si configura come un atto di politica familiare non assistenziale ma rivolto alla promozione di tutte le famiglie e non soltanto di quelle che sono in condizione di indigenza.

Chi è per il buono-scuola non è contro la scuola statale bensì contro il monopolio statale dell’educazione. La scuola di Stato è un grande patrimonio che abbiamo ereditato e che deve essere rinvigorito ed adoperato al meglio. Il fatto è che storicamente le comunità umane non hanno trovato altro strumento per far crescere la qualità di qualsiasi sistema che fa ricorso alla gara, alla concorrenza, all’emulazione. Per questo motivo, il miglioramento della scuola di Stato passa attraverso l’introduzione di linee di regolata competizione con l’offerta privata. In un unico sistema pubblico articolato, regolato da norme certe e valide per tutti, sia l’offerta statale che quella privata sarebbero costrette a gareggiare tra loro in qualità ed efficienza, migliorando entrambe continuamente le proprie prestazioni per rispondere alla domanda dell’utente, il quale potrà liberamente scegliere dove rivolgersi utilizzando il proprio buono-scuola.
In questo modo, peraltro, la tutela non cessa affatto di essere universale: anzi lo diventa ancor di più, perché mentre oggi chi è più ricco può scegliere liberamente, per sé e per i propri figli, scuole di eccellente qualità, anche all’estero, chi è più povero, al contrario, è costretto a non poter scegliere.
Con il buono-scuola, in realtà, anche i ceti più deboli potranno scegliere le scuole che reputano migliori ed il servizio offerto dalle scuole statali, lungi dallo scomparire, sarà obbligato a cambiare rotta, a rimodellarsi.

In definitiva, il buono-scuola, introducendo linee di competizione all’interno del nostro sistema scolastico, è una misura tesa a migliorare sia le scuole statali sia quelle non statali. Gaetano Salvemini diceva che «dalla concorrenza delle scuole private libere, le scuole pubbliche hanno tutto da guadagnare e non da perdere».

La nostra Costituzione parla chiaro in tema di libertà di educazione. Ne fanno fede gli articoli 3, 30, 31, 33 e 34. L’articolo 30 prescrive che «È dovere e diritto dei genitori, mantenere, istruire ed educare i figli». L’articolo 31 afferma che la Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose e protegge la maternità e l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

L’articolo 33 sancisce che la Repubblica detta le norme generali sulla istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

L’articolo 34 afferma che la scuola è aperta a tutti; l’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi; la Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

È necessario favorire l’attuazione del dettato costituzionale dell’articolo 33, quarto comma, che recita: «La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà, ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali». Equipollenza di trattamento scolastico si intende su tutti gli aspetti della vita scolastica, compresi quelli economici, proprio perché la Costituzione non ne esclude nessuno. Il «senza oneri per lo Stato», di cui all’articolo 33, terzo comma, in relazione alla istituzione di scuole da parte di «enti e privati», va letto alla luce dei contenuti di cui al quarto comma del citato articolo 33 nei riguardi degli alunni di scuole paritarie. «Onere», significa che nessuno può obbligare lo Stato a erigere scuole non statali; nel contempo Stato e regioni, possono decidere di sostenere le scuole esistenti, o agevolare i genitori nel compito costituzionale e civile di educare i propri figli.
Vi è, invece, l’obbligo statale di garantire almeno una scuola dell’obbligo gratuita per tutti i cittadini in base all’articolo 34 della Costituzione. Non vi è riscontro che la scuola dell’obbligo debba essere assicurata solo a chi frequenta le scuole statali. Anzi. La Costituzione si basa sul principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini e sul dovere dello Stato di rimuovere le cause che la impediscono. Tocca allo Stato, quindi, garantire non solo l’insegnamento e l’apprendimento, ma anche l’effettivo esercizio di tali libertà a parità di condizioni.

Entrando in Europa, è venuta ulteriormente a maturare non solo l’esigenza di riformare lo Stato, ma anche di rivedere alcune impostazioni e concezioni che miravano a limitare la libertà di educazione. Nell’Unione siamo, con la Grecia, le uniche due Nazioni a non avere compiutamente legiferato in merito alla parità scolastica. Ricorda a tal proposito la risoluzione del Parlamento europeo del 14 marzo 1984, la quale dopo aver chiamato in causa l’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata il 10 dicembre 1948 e l’articolo 2 del Protocollo addizionale alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmato a Parigi il 20 marzo 1952, conferma i seguenti princìpi:
il diritto alla libera scelta della scuola per i figli da parte dei genitori;
il compito dello Stato di consentire la presenza di scuole pubbliche e private allo scopo necessarie ed equiparabili;
l’obbligo per gli Stati membri di rendere possibile il diritto alla libertà di insegnamento anche sotto il profilo finanziario e di accordare alle scuole le sovvenzioni pubbliche necessarie in condizioni uguali a quelle di cui beneficiano gli istituti statali corrispondenti.
Infatti la risoluzione ricordava agli Stati aderenti che «il diritto alla libertà di insegnamento implica, per sua natura, l’obbligo per gli Stati membri di rendere l’esercizio di tale diritto anche sotto il profilo finanziario».
Conseguentemente, anche in virtù dell’articolo 149 del Trattato che istituisce la Comunità europea, come modificato dal Trattato di Amsterdam di cui alla legge 16 gennaio 1998, n. 209, appare indispensabile che il Parlamento italiano affronti la questione della parità scolastica al fine di determinare i criteri che vanno adottati
per garantire condizioni di parità a tutti i cittadini eliminando le condizioni di discriminazione in cui versano.

Esame delle proposte di legge
Tutte e quattro le proposte di legge in esame possono essere considerate delle «variazioni sul tema» della libertà di educazione e sui modi con cui garantire la libertà di scelta di famiglie e studenti.
Una importante distinzione sta nel fatto che la proposta Garagnani è l’unica che si muove nel solco della normativa vigente e intende armonizzare le discipline regionali «al fine di rendere omogeneo il quadro normativo in materia di diritto allo studio e di parità scolastica così come delineato dalle varie leggi emanate dalle regioni, che si presentano particolarmente differenziate», come si legge nella relazione d’accompagnamento.

Le altre proposte di legge – con varie sfumature – riscrivono di fatto il sistema scolastico italiano sempre con riferimento alla effettiva realizzazione della libertà di educazione. E tutte e quattro sono accomunate dalla indicazione del buono-scuola come strumento per realizzare l’obiettivo. Nella pdl Garagnani il buono è prerogativa delle regioni, nelle altre è invece lo Stato centrale che eroga il buono.

In particolare, la proposta di legge Bono configura una vera e propria «rifondazione» del sistema scolastico italiano e prevede il buono-scuola come strumento più idoneo a finanziare il nuovo sistema.
La proposta di legge di iniziativa del deputato Angela Napoli riformula la legge n. 62 del 2000, di cui riprende parte dei contenuti. Si prevede un’erogazione del buono-scuola a vantaggio degli istituti scolastici, in ragione del numero di alunni. Oltre al buono-scuola, è previsto un intervento di diritto allo studio e le spese sostenute costituiscono crediti d’imposta.
Infine, la proposta di legge Bianchi Clerici è essenzialmente dedicata alla scuola dell’obbligo: il buono-scuola è erogato alle famiglie, che lo «girano» alla scuola stessa, statale o privata che sia.

In conclusione, oggi si avvia un cammino che non sarà breve né facile. Propone quindi di dividere i lavori in due fasi. Una prima fase, di approfondimento, potrebbe essere finalizzata alla discussione sulla relazione, per capire gli orientamenti dei colleghi e delle forze politiche, nonché allo svolgimento di audizioni sul funzionamento della legge n. 62 del 2000 e sul funzionamento delle leggi sul buono-scuola regionali, così come auspicato da alcuni gruppi. Sarebbe anche opportuno acquisire una panoramica su come funziona effettivamente tutta la questione del diritto allo studio e su come, nei Paesi dell’Unione e non solo viene risolto il tema della libertà di educazione, valutando altresì la posizione del Governo. Infatti le quattro proposte di legge sono tutte di iniziativa parlamentare, su di un tema ineludibile per le forze di maggioranza, sul quale queste ultime hanno chiesto la fiducia agli elettori. È ovviamente importante sapere quale intendimento intende assumere il Governo rispetto alla tematica in esame.

La seconda fase, di decisione, terminato l’ampio e doveroso approfondimento, dovrà vedere la commissione decidere su come procedere (nomina di un comitato ristretto, adozione di un testo base, ulteriori modalità di prosecuzione dell’esame).

Esprimo infine un auspicio. Oggi si inizia un percorso lungo e faticoso. Mi auguro che esso possa essere un momento serio di confronto tra concezioni culturali e politiche diverse e anche opposte tra loro, senza cedere alla tentazione di fare della scuola un campo di battaglia politica in funzione antigovernativa.



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