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Cattolici buoni e cattolici cattivi

Antonio Palmieri

Scritto da Antonio Palmieri | 25 novembre 2002 | RASSEGNA STAMPA

Corriere della Sera del 25 novembre 2002
di Ernesto Galli della Loggia

Possono esserci cattolici non di sinistra, o magari addirittura simpatizzanti per la destra?
È questa la domanda che alla fine veniva da farsi leggendo un recente editoriale del direttore di Repubblica.
Ezio Mauro non esitava infatti a definire come «strani cristiani», addirittura «cattolici non cristiani alla Mussolini», i cattolici non di sinistra animatori di alcuni movimenti. Dei quali passava poi a segnalare la pericolosità politica, perché sarebbero in grado di fornire a Forza Italia e al suo capo quella sostanza culturale che ad entrambi fa difetto. E anzi già gliela starebbero fornendo, specie dai microfoni e dagli schermi della Rai.
I timori di Mauro mi paiono l¹espressione della singolare, perdurante difficoltà da parte del mondo laico di accettare l¹esistenza del pluralismo all¹interno del mondo cattolico.
Se c¹è una posizione cattolica politicamente più vicina alla sinistra, cosa c¹è di strano infatti se ce n¹è anche una più vicina alla destra?
Se c¹è Prodi, perché non può esserci Formigoni? Chi fa fatica ad accettare l¹ovvia normalità di questa situazione non si rende conto, tra l¹altro, che in tal modo rivaluta implicitamente il principio dell¹«unità dei cattolici» e l¹epoca del partito che tutti obbligatoriamente li rappresentava.

Davvero Ezio Mauro rimpiange la Dc? Non credo proprio.
Il suo è piuttosto il discorso di una sinistra impegnata attualmente allo spasimo nella lotta contro la destra, e che per far fuoco adopera tutte le munizioni che nel corso della storia ha accumulato nei propri magazzini, compreso un certo laicismo duro a morire.
Di conseguenza le parole del direttore di Repubblica mirano a stabilire un collegamento organico tra due entità negative, ogni negatività delle quali è chiamata a rafforzare l¹altra, al fine di conseguire un effetto cumulativo di delegittimazione.
La negatività del berlusconismo – giudicato qualcosa di intrinsecamente inaccettabile, destinato a contaminare chiunque a qualunque titolo vi viene a contatto – si somma e si salda alla negatività del cattolicesimo che viene definito «tradizionalista».
Ma che cosa vuol dire «tradizionalista»?
Per spiegarlo, Mauro si addentra in disquisizioni teologico-definitorie che non riescono però a occultare il punto decisivo.
E cioè la tentazione tipica di ogni posizione laicista che, non potendo e/o non volendo trasformarsi in una posizione direttamente antireligiosa e anticattolica, allora è spinta a scegliersi il cattolicesimo che più gli piace e più gli serve (naturalmente da un punto di vista politico: quale altro criterio adottare sennò?), proclamandolo l¹unico cattolicesimo vero e degno e scomunicando tutti gli altri con l¹appioppargli i nomi del caso.
Ecco spiegata l¹insistita definizione di «tradizionalisti» per i cattolici politicamente sgraditi al direttore di Repubblica .
Dei quali ciò che a lui non piace sono sì gli orientamenti politici, ma più ancora qualcos¹altro, credo: il fatto cioè che questi cattolici, nonostante non appartengano a quella specie cosiddetta «democratica» che la sinistra invece predilige, questi cattolici abbiano però letto dei libri e all¹occasione sappiano anche scriverne, sappiano organizzare giornali, case editrici, dibattiti, insomma cultura, e magari partecipare persino a qualche trasmissione televisiva. Vale a dire che siano antropologicamente spregiudicati e moderni (in questo senso proprio l¹opposto del «tradizionalismo» comunemente inteso), e che però, al tempo stesso, questi «strani cristiani» si mostrino capaci di aggregare e creare opere in nome della fedeltà a un retaggio religioso e di una lettura di tale retaggio sui quali i laici forse farebbero meglio ad evitare di esprimere giudizi improvvisati.
Ai laici può e deve solo interessare che anche nel campo di Dio vi siano molte voci, molte passioni, molte intelligenze.
Solo così potrà esservi, per tutti, anche molta libertà.

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