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Liberi di morire o liberi di vivere?

Antonio Palmieri

Scritto da Antonio Palmieri | 15 novembre 2008 | Prima Pagina

Le polemiche infuriano dopo la sentenza che condanna a morte Eluana Englaro, confermando che le si può sospendere alimentazione e idratazione.
Ho sentito Augias ospite su La7 de “Le invasioni barbariche” dire che alla base di tutto c’è il dato che ciascuno di noi è padrone della propria vita e dunque di decidere se vivere o morire. A me pare evidente che non lo siamo, in virtù del fatto che nessuno di noi si è fatto da solo. Avremo modo di approfondire nelle prossime settimane. 
Intanto rilancio (e ti invito a fare lo stesso) l’appello al presidente Napolitano “Liberi di vivere”, per non lasciare da soli i malati di SLA (e tutti i malati) e le loro famiglie che non vogliono morire ma vivere.

Commenti

Commenti Commenti (11) |

11 Commenti »

  1. Ivan scrive

    Ovviamente aiutare a vivere meglio chi vuole vivere ed aiutare chi vuole morire a farlo con dignità, sarebbe la più nobile delle aspirazioni umane.
    Quando questo sito si prefigge di aiutare solo chi è in linea con un certo tipo di pensiero non potrà avere il mio appoggio.

    2 dicembre 2008 | #

  2. Giovanni scrive

    Liberi di vivere ‘E’ di morire secondo la propria volontà e nel rispetto delle regole fondamentali che ogni società civile si è data.
    Io però non desidero affatto che sia una legge, un tribunale o un giudice terzo che di me non conosce nulla, a decidere della mia sopravvivenza o della mia fine.
    Ciò che riguarda la sfera privata, etica e religiosa non dovrebbe essere codificato in una o più leggi, ma dentro il cuore dell’essere umano. Non sono certamente i codici civili e penali a plasmare il nostro pensiero e il conseguente agire, ma una sana educazione al reciproco rispetto delle idee del prossimo.
    Sulla mia vita e sulla mia morte non accetterò mai che sia lo Stato a decidere in mia vece. Benvenga quindi il testamento biologico che mi permetta finalmente di decidere a mente lucida il mio destino nel caso in cui io non sia più in grado né di intendere e volere, né di esprimere agli altri il mio pensiero.
    Solo con la possibilità di esprimere in tempo le proprie decisioni, si potrà dire di essere liberi di scegliere se prolungare o meno la nostra esistenza qualora dovessimo subire certe disgrazie.
    Alla sofferenza, all’umiliazione di dover dipendere sempre e per tutto dagli altri, alla mancanza di azione c’è chi dice no e c’è invece chi dice sì.
    Di fronte a questo bivio, uno Stato civile e democratico deve consentire a tutti la libera scelta: sia di accettare la morte sia di contrastarla con le terapie. Naturalmente nella consapevolezza di non poter Vivere (vegetare) in eterno in attesa di una risoluzione o meglio di una miracolosa ressurezione, perché per molti casi di questo si dovrebbe trattare dopo anni ed anni di permanenza in coma su di un letto d’ospedale, di clinica privata o di casa propria.
    Sinceramente non capisco questa battaglia per la libertà di vivere a tutti i costi, incuranti delle tribolazioni di chi ci è dentro in maniera diretta o indiretta e che per sua/loro scelta preferiscono porre fine alla loro tortura.
    Giusto chiedere e ricevere aiuto dalla società per coloro che intendono combattere e vivere fino all’ultimo istante la loro vita. Ma pretendere che facciano analoga battaglia anche coloro che invece preferirebbero morire mi pare un sopruso.
    Spero che la politica non intraprenda la strada di voler far vivere chiunque a tutti i costi!

    19 novembre 2008 | #

  3. Falcodestro scrive

    Falcodestro (www.falcodestro.it) firma e aderisce all’iniziativa liberi di vivere.

    18 novembre 2008 | #

  4. Giovanni Vitelli scrive

    UNA CHINA PERICOLOSA

    Ancora una volta la magistratura italiana, nell’ insieme delle sue liturgie, si è approfittata di un vuoto legislativo e, invece di dichiarare la sua incompetenza per mancanza di legislazione in merito, ha legiferato su di un principio etico di vitale importanza per la democrazia: la sacralità dell’ essere umano. Per giunta lo ha fatto, a mio parere, in modo sbagliato, cioè contrario a quelle regole che tutelano la vita umana nella sua interezza, indipendentemente dalla sua qualità o dalla sua utilità.
    E’ sì, perché Eluana non è tenuta in vita dal polmone artificiale, o dalla macchina per la dialisi, o da uno stimolatore cardiaco piuttosto che da un cuore artificiale. In questa sfortunata ragazza le funzioni vitali sono attive autonomamente, cioè il suo cervello ha perso le capacità relazionali, emotive (forse) e motorie, ma non quelle che comandano gli automatismi della sopravvivenza, compresi i meccanismi ormonali come riferito da recenti cronache giornalistiche.
    Qui non stiamo parlando di accanimento terapeutico come fu per il caudillo Francisco Franco Bahamonde o per l’ imperatore del Giappone Hirohito. Qui stiamo parlando di alimentare ed idratare una persona che per un accidente occorsole non può più farlo da sola, proprio come capitò, qualche tempo fa, ad Ambrogio Fogar o a Christopher Reeve (Superman) con due significative differenze: la prima è che, in entrambe questi due ultimi casi, i soggetti erano coscienti e attivi mentalmente, la seconda è che loro non riuscivano neanche a respirare autonomamente, quindi dipendevano assolutamente dall’ energia elettrica. Eluana no.
    Ricordo con dolore le varie apparizioni televisive di Ambrogio Fogar dopo l’ incidente: il rumore della macchina per la respirazione, il suo parlare cadenzato sui ritmi innaturali di questa, il fisico ingrossato ma afflosciato, il volto contratto dallo sforzo; nessuno parlò mai di accanimento terapeutico. Il che ci porta a pensare che questa brutta definizione di “cura” sia applicabile solo ai pazienti mentalmente insufficienti anche se vitali.
    Tutti riusciamo ad intravedere a questo punto, con angoscia, dove potrebbe portarci la strada che persone chiuse nei loro cavilli e codicilli ci hanno fatto imboccare.
    E’ una strada estremamente pericolosa, già iniziata e percorsa per buon tratto molte volte nella storia dell’ umanità, strada che ha portato a eccidi e genocidi orrendi senza mai risolvere i problemi che la avevano in origine giustificata e, in apparenza, motivata.
    E’ una strada in discesa, facile all’ inizio come tutte quelle sbagliate, che si pensa di poter percorrere magari solo per poco ma che inevitabilmente ci prende la mano fino a trasformarci in aguzzini e carnefici. Gli esempi si sprecano e non basterebbe un’ intera biblioteca per analizzarli tutti.
    E’ una strada che ha portato alla eliminazione quasi totale del popolo dei pellerossa nell’ America del diciannovesimo secolo dove si pensava che questi fossero più animali che uomini, quasi come scimmie, solo perché davano fastidio ai coloni e non adottavano lo stile di vita e la tecnologia dei bianchi.
    E’ una strada che ha preso la mano anche al popolo tedesco durante il Terzo Reich fino alla soluzione finale, per fortuna abortita, dei cittadini europei di origine ebraica: lo stesso popolo che aveva prodotto menti eccelse e sensibilità sopraffine come Bach, Handel, Goethe, Beethoven, Shiller, Schweitzer, Lepsius, Schliemann, Lutero, Keplero. Tutta la loro storia e la loro cultura non sono bastate ad evitare che i diversi, i menomati mentali o, più semplicemente, quelli giudicati inferiori fossero avvertiti come un peso per la società, un peso così insopportabile da giustificare la loro eliminazione.

    E’ una strada tentata da ultimo anche nella ex Jugoslavia con la strage di Srebrenica o con l’ eliminazione e la cacciata degli albanesi dal Kosovo. Ma perché dico “da ultimo”? Anche oggi in mezza Africa si stermina a causa della razza o della religione, così come si è aperta nuovamente la stagione di caccia al cristiano in molti paesi islamici del medio ed estremo oriente e nell’ India, quella che manda sonde sulla Luna.
    Non mi si venga a parlare di maledizioni divine, destini ineluttabili, civiltà superiori, difesa della razza o spazi vitali: sono tutte baggianate che nascondono immediati interessi economici che si rivelano sempre momentanei e a lunga scadenza si trasformano in colossali fallimenti.
    Pensandoci bene, assai prima di qualsiasi azione, tutto è sempre cominciato col dire che qualcuno impedisce a qualcun altro di fare la propria vita liberamente, che è un ostacolo insormontabile, che è una inutile palla al piede, che non ha alcuna funzione nella società, che è un insulto alle proprie convinzioni e che, dovendo essere rispettato o mantenuto, ha un costo sociale eccessivo che comunque non sarebbe apprezzato dal soggetto.
    Ecco l’ inizio della strada. Poco alla volta i casi cominciano a moltiplicarsi, giungono al livello di gruppo omogeneo, ma, intendiamoci, giudicato tale solo in base a rigorose norme di comportamento, senza eccezioni, che però continuano ad allargarsi e così via dicendo secondo tempistiche dettate dalle contingenze sociali del momento che possono variare da molti anni a pochi giorni, fino alle notti di S. Bartolomeo o dei cristalli.
    Stiamo molto attenti, siamo ancora in tempo a ripensarci e legiferare in modo chiaro e sensato, ma abbiamo già fatto il primo passo e non possiamo più permettercene altri.
    Soprattutto, non possiamo più permettere che piccoli funzionari o singoli uomini, anche se in buona fede, vengano a dirci chi deve vivere e chi deve morire. Tutti hanno il diritto di vivere, anche quelli che non se ne accorgono, anche quelli che non sono ancora nati.
    Giovanni Vitelli 16/11/08

    18 novembre 2008 | #

  5. Ivan Leonelli scrive

    Carissimo Antonio, il caso di Luana è sulla bocca di tutti. Questi si sentono in grado di consigliare e di giudicare. Sono dei giudici fino a quando il problema non viene toccato personalmente con i sacrifici e tribolamenti. L’amore di un genitore è anche quella di non veder soffrire i propi figli, lasciamogli la decisione… Di poter ricordare il sorriso e la serenità di quando era felice e non in un letto impotenti di ridagli la vita che aveva.Cerchiamo di rendere celere questa legge per evitare in futuro di rendere pubblico il dolore di chi soffre in silenzio

    18 novembre 2008 | #

  6. salvo silvana scrive

    Carissimo Antonio Palmieri in questi giorni seguendo il caso di Luana mi sono resa conto che tutti parlano di cosa è giusto fare ma nessuno si mette nei panni di Luana o di coloro che la loro vita è in un letto in coma da anni senza possibilità di ritornare a vivere? di come questa ragazza vive la sua esistenza? non credo anzi ne sono convinta che nessuno di noi voglia vivere come lei da anni in un letto senza poter parlare, muoversi, ridere, giocare e scherzare in tutti questi anni noi siamo andati avanti costruito qualcosa nella propria vita, ma lei gli è stato negato tutto, negata la vita stessa. Come vive lei non è vita e se potesse ancora dire la sua chiederebbe di essere lasciata andare e di finire questo suplizio, io la vita la intendo VITA sotto tutti gli aspetti e non ad essere un vegetale alla mercè di tutti, dove la mia dignità di essere umano mi è negata. Quello che non trovo giusto di farle fare una morte lenta senza alimentazione e idratazione, ma siamo troppo ipocriti per pensare di non essere egoisti.

    18 novembre 2008 | #

  7. franca Aletti scrive

    Mi correggo
    Devono starci persone e non polli…

    17 novembre 2008 | #

  8. franca Aletti scrive

    Direi liberi sia di vivere che di morire quando la vita non è più altro che un posteggio.
    Mi appello anche per gli anziani,visto che l’ASL propone norme su ridimensionamento di aree interne senza tenere conto che dentro tali aree devono starci persone e non anziani.Vengo ora da un Istituto dove è ricoverata mia sorella e vedendo questo rettangolo in cartongesso con tutti gli ospiti in fila perfetta contro il muro e nient’altro,ho fatto notare che l’accoglienza dell’ambiente spetta al Direttore preposto.Il direttore mi ha risposto” Se anche i parenti si lamentano (chi sennò??) non c’è che da cambiare posto”:Questa è la risposta più idiota che si possa dare perchè chiude ogni tentativo di comunicazione e miglioramento.
    Libertà significa anhe sperare.Le leggi vanno fatte sul posto,non dietro una scrivania.
    Grazie

    Franca Aletti

    17 novembre 2008 | #

  9. Pietro Barabaschi scrive

    La libertà, a condizione assoluta che sia reciproca, è intoccabile; nella vita possediamo solamente noi stessi. Pertanto la libertà di morire è intoccabile. Per Eluana, come per tutti gli altri in condizioni senza più dignità, rispettare la sua volontà sarà un atto di carità. Di amore.
    Pietro Barabaschi

    17 novembre 2008 | #

  10. Ivo Poltronieri scrive

    Con tutto il rispetto per la “vita” ritengo che si sia entrati troppo nella vita di altri ! non rispettando il dolore e le tribolazioni di quel povero Sig. Peppino . Ritengo che sia un suo problema di morale e personale ;pertanto reputo che stia a lui e solamente a lui valutare la decisione che ritiene opportuna considerandolo più vittima che carnefice.Oltre il dolore che à dovuto e che stà sopportando dovrebbe anche essere condizionato o colpevolizzato ??io ritengo sia ora di finirla e lasciargli prendere le sue decisioni di PADRE.

    17 novembre 2008 | #

  11. Andrea Cevasco scrive

    Caro Palmieri, ho cercato compiutamente di affronare questo problema dalle pagine del mio blog. Lunghissimo l’articolo e tutto il ragionamento che mi ha portato alla fine a tirare alcune conclusioni:
    “La legislazione in Italia non aiuta. L’opposizione del Vaticano ad affrontare una discussione su tale argomento ha paralizzato indirettamente il potere legislativo dello Stato. L’anarchia del comportamento, non può essere una soluzione. Serve il coraggio di andare oltre, tutelando l’essere umano e la sua volontà anche nei momenti in cui non può manifestarla compiutamente. La vita è sacra, sì, ma la morte non può avere solo ed esclusivamente il significato che vuole attribuirle la Religione Cattolica, può anche essere intesa come morte serena anche se auto inflitta. Essendo minimalisti urge la possibilità per il cittadino italiano di poter redigere in vita Il testamento Biologico. Una nazione laica e democratica non può esimersi dall’affrontare e risolvere questo problema. In futuro non dovranno più esistere casi come quelli di Eluana Englaro, Terri Schiavo, Luca Coscioni e Pirgiorgio Welby. Impegniamoci a diffondere il seme della libertà di cura e di serena morte”.
    Rimango però sempre aperto alla discussione che ritengo non possa e non deva assumere mai una connotazione ideologica e intransigente.
    Chi è interessato a leggere il tutto:
    http://www.andreacevasco.com/?p=344

    http://www.andreacevasco.com/?p=368

    La ringrazio, per la sua cordialità e sensibilità, che manifesta nei confronti delle persone bisognose e per i temi Etici della ns. vita.

    Cordialmente Andrea Cevasco

    15 novembre 2008 | #

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