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Inguaribile non significa incurabile

Antonio Palmieri

Scritto da Antonio Palmieri | 6 aprile 2017 | Prima Pagina, VIDEO

E’ un peccato arrivare alle parti salienti del provvedimento alle 21 della sera, quindi con inevitabile stanchezza di tutto e di tutti, però, da qui in avanti, c’è una serie di emendamenti con i quali noi tentiamo di offrire una soluzione equilibrata per uscire dall’impasse, soprattutto su questo articolo 1 che, ricordo a tutti, riguarda il consenso informato, dall’impasse dovuta alla diatriba su alimentazione e idratazione, i quali, come emerso dal dibattito, sono usati inevitabilmente, in questo punto, come un marcatore ideologico, per marcare un recinto, una porzione di territorio.

Allora, è già stato detto ma è opportuno ribadirlo, visto appunto che siamo oramai a fine seduta, credo che tra pochi minuti finiremo i nostri lavori, che non è nostra intenzione e nuovamente la lettura di questo emendamento lo specifica e vi leggo solamente la parte finale: “L’interruzione di trattamenti terapeutici in atto può avvenire ove gli stessi si manifestino non più proporzionati, anche tenendo conto di quanto espresso dal paziente”. Cioè andare nella direzione di questa alleanza terapeutica senza la pretesa di imporre alcunché a nessuno, senza ovviamente la costrizione, da parte di nessuno, di accettare preventivamente un trattamento, senza la necessità di dividerci, perché qui non c’è un derby; io ho sentito tanti interventi anche da persone che stimo e che ritengo amiche, qui, è giusto ribadirlo, non c’è il derby tra coloro i quali vogliono obbligare la gente a curarsi e quelli che invece non vogliono rispettare la libertà delle persone.
Siamo tutti assolutamente dalla parte della libertà delle persone specialmente delle persone malate; non c’è nessun tipo di derby tra chi è a favore della sofferenza a tutti i costi in nome di non si capisce bene quale fede, contrapposti a coloro i quali invece, animati da pietas umana, sono a favore della libera determinazione delle persone e ci mancherebbe altro che non fosse così; l’ho già detto in discussione sulle linee generali, vi è un’evidenza sulla quale spero nessuno possa dire nulla ossia che nessuno di noi si è dato la vita da solo ma, al tempo stesso, questa evidenza sta insieme al fatto che ciascuno è responsabile di come usa questo dono che gli è stato dato e che ha ricevuto, nonostante lui.

Allora, in questo contesto si colloca questo emendamento e, in questo contesto, io invito, e lo farò ancora con i successivi emendamenti, a riconsiderare, da parte della relatrice, i propri pareri, a riconsiderare, da parte di tutti i componenti delle forze politiche, le proprie opinioni, guardando e lo dico e lo dirò fino alla fine del provvedimento, il testo, guardando quello che è scritto, perché noi ci inseriamo dentro quella cultura occidentale che, da Ippocrate in poi, ha considerato il malato, la persona in difficoltà, nel segno della solidarietà, nel segno dello “stare accanto”.
Prima di Ippocrate la malattia era considerata una sventura e il malato uno sventurato, un paria della società; con Ippocrate, per la prima volta, la natura rientra a far parte degli avvenimenti della vita umana e, come tale, accettato e ricompreso dentro appunto un atteggiamento di cura e la differenza sta non tanto con riferimento – lo vedremo ancora più avanti – alle persone che sono malati terminali e su questi abbiamo emendamenti specifici che mostrano come noi siamo assolutamente contrari all’accanimento terapeutico, la differenza vera e chiudo sta tra “inguaribile” e “incurabile”.

Ci sono malattie che non sono guaribili, ma tutte le persone sono curabili cioè a dire rispetto a tutte le persone, a prescindere dalla condizione nella quale sono, si può e si deve avere uno sguardo, quello sì, vero, di compassione e di autentica pietà e di autentica condivisione. Per questo invito, su questo emendamento e sui successivi che ci vedranno protagonisti domani a modificare il proprio parere e a votare favorevolmente

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