Vai direttamente a:

La transizione digitale del Terzo Settore: dopo la pandemia serve un approccio strategico all’innovazione

Antonio Palmieri

Prima Pagina

La transizione digitale del Terzo Settore: dopo la pandemia serve un approccio strategico all’innovazione

Scritto da Antonio Palmieri | 5 Maggio 2021 | Prima Pagina

Quindi, a prima vista, sembra che il rapporto tra realtà del terzo settore e innovazione tecnologica sia “complicato”. Eppure l’impatto devastante del Covid ha obbligato tutti (o quasi) a rendersi conto che siamo nell’era digitale.

Cosa ne dice, Davide Minelli, CEO di TechSoup Italia?

“Il Terzo Settore, con la crisi pandemica, ha dovuto affrontare il tema della trasformazione digitale che, anche prima del Covid, era da ritenersi fondamentale per affrontare nuove sfide e opportunità. È stato una sorta di cambiamento coercitivo, che ha costretto le organizzazioni ad affrontarlo cercando di risolvere velocemente alcuni problemi concreti che di giorno in giorno si manifestavano: dal remote working alla collaborazione a distanza, dalla documentazione in cloud fino alla firma elettronica. A prescindere dal settore, dalle dimensioni e dall’attività svolta oggi c’è certamente una maggiore consapevolezza sull’importanza di dotarsi di alcuni strumenti digitali.”

Questo è sicuramente un primo e fondamentale passo. Però, stante ai risultati della ricerca, non è sufficiente. Alla fine si è trattato di risolvere una emergenza, un po’ come le scuole e gli insegnanti, costrette in moltissimi casi a improvvisare la DAD per non abbandonare a loro stessi gli studenti.

“Certo. Infatti Il successivo e ben più importante step è DECIDERE di investire tempo ed energie per “abbracciare” realmente l’innovazione, consapevoli che si tratta di mettere capo a una strategia che inizi un percorso di lungo periodo, che non può avvenire dall’oggi al domani.”

È un problema di natura economica o prevalentemente culturale, di approccio, di mentalità, di conoscenza insufficiente?

“Dal punto di vista economico non ci sono scuse. Tanti importanti player tecnologici donano hardware e software oppure praticano forti sconti esclusivamente per le organizzazioni di terzo settore, come avviene con il nostro programma TechSoup. Le resistenze sono molteplici, a partire da un limite nelle governance e negli organi direttivi: solo il 21% ha definito una strategia di medio-lungo termine con obiettivi dichiarati e misurabili.

Quindi si tratta di un problema culturale. Risolvibile?

“In sintesi, il Terzo settore, con riguardo ai temi dell’innovazione – come emerge sempre dalla ricerca con Deloitte – sta vivendo una fase di transizione: il distacco dai modelli del passato è già avvenuto ma il raggiungimento di nuovi modelli operativi è ancora tutto da giocare. La sfida è favorire l’adozione di un approccio strategico all’innovazione cercando di migliorare i processi organizzativi e produttivi al fine di renderli più sostenibili tanto per le organizzazioni tanto per i beneficiari.”

Corretto approccio metodologico. Fatto questo, cosa dovrebbe succedere?

“Le aree su cui intervenire sono molte: aumentare le competenze e la professionalità delle risorse umane, rafforzare meccanismi di gestione economica finanziaria, migliorare le capacità strategiche e i processi decisionali all’interno dell’organizzazione, misurare gli impatti generati, valutare gli investimenti materiali e immateriali…”

Insomma, come peraltro avviene anche per gli altri settori produttivi, si tratta di decidere di voler cambiare. Si tratta di una conversione nel senso etimologico del termine, di un cambio di mentalità, di visione, di orizzonte. Ho però il dubbio che per gli altri possa in qualche modo essere più facile, rispetto alle realtà del terzo settore. 

“Proprio per cercare di dare un aiuto in questa direzione, abbiamo da poco lanciato TechSoup Together, community di apprendimento per gli operatori del Terzo Settore dove discutere, testare e migliorare le proprie iniziative sociali e innovative.”

Ne avevo letto a suo tempo, ma non ho purtroppo avuto il tempo di approfondire. Di che si tratta?

“TechSoup Together è una piattaforma accessibile da qualsiasi dispositivo, che con la modalità picture-in-picture permette di fruire dei contenuti senza interruzioni e trovare un numero sempre crescente di video, case history e sessioni live di discussione con i nostri relatori: soggetti che hanno le mani in pasta ed operano sul territorio. Le tematiche sono variegate: dal fundraising al project management, dalla sostenibilità al cloud computing e molto altro.”

Quindi, se capisco bene, un luogo in continuo aggiornamento, che propone storie ed esperienze concrete, che possono essere di esempio per gli altri…

“Sì! Storie ed esperienze di impatto, utili per ampliare le competenze a partire dal confronto con colleghi e professionisti del Terzo Settore italiano. È un ampliamento del programma TechSoup che noi gestiamo essendo una impresa sociale: SocialTechno Srl, una società di capitali ma senza scopo di lucro e, inoltre, un Ente di Terzo Settore.

Una realtà ibrida…naturalmente nel senso migliore del termine…

“Una realtà ibrida che affronta il cambiamento con una piccola (grande) squadra di giovani. Cerchiamo di prendere per mano le organizzazioni non profit e guidarle ad una trasformazione digitale consapevole, rispondendo al loro bisogno piccolo o grande che sia. Questo approccio, che parte dal basso, riteniamo sia fondamentale per evitare ulteriori ritrosie nell’assunzione di strumenti tecnologici.”

Partire dal basso, passo dopo passo. Sembra uno slogan (e in effetti lo è), ma non vedo altro modo per significare il fatto che la rivoluzione digitale è prima di tutto una “evoluzione” digitale, perché per procede per cambiamenti lenti e constanti…

“Non può essere che così…”

Torniamo al punto di partenza. Nell’indagine che avete fatto con Deloitte una delle criticità emerse è che occorre aumentare le competenze tecniche (e di soft skills) degli Enti Non Profit.

“È così. Per questo ci siamo impegnati nell’iniziativa “Road to Social Change” un percorso per formare i Social Change Manager del Terzo Settore: l’iniziativa è organizzata da UniCredit in collaborazione con noi di TechSoup, per la parte di competenze relative alla trasformazione digitale, AICCON, Tiresia (Politecnico di Milano) e Fondazione Italiana Accenture. L’obbiettivo è di far giocare al Terzo Settore un ruolo da protagonista nella ripartenza del Paese.”

Social Change Manager? Tutto questo inglese confonde…di che si tratta? Una nuova figura professionale?

“Esatto. Il Social Change Manager del Terzo Settore è una nuova figura professionale con le competenze e le abilità necessarie per progettare e guidare i processi trasformativi delle realtà non profit italiane. È un professionista in grado di sviluppare una visione trasformativa e di implementarla tramite processi di coprogettazione e co-produzione in partenariato con attori pubblici e privati del territorio, attraverso strumenti di gestione dell’impatto generato e l’utilizzo delle tecnologie digitali.”

Quindi, si parte dalla formazione per valorizzare e accompagnare processi di cambiamento e innovazione ad alto impatto sui territori e sulle comunità.

“L’iniziativa è rivolta a organizzazioni impegnate sul territorio con attività di interesse generale, che intendono amplificare e potenziare l’efficacia delle proprie azioni attraverso l’acquisizione o il consolidamento anche di competenze digitali e manageriali.”

Ho letto che Road to Social Change si svilupperà attraverso sette Digital Talk nazionali che si svolgeranno virtualmente in diverse parti d’Italia…

“Siamo partiti il 20 aprile dalla Sicilia, con il Digital Talk “Valorizzare le filiere culturali, turistiche e agroalimentari” e chiuderemo il 3 dicembre in Lombardia, con “Valorizzare le infrastrutture digitali per generare impatto sociale”. Ogni tappa è seguita da due seminari locali, per far acquisire ai partecipanti nuove competenze. Al termine del percorso si otterrà l’Open Badge di Social Change Manager (una certificazione digitale di conoscenze, abilità e competenze acquisite) rilasciato dal MIP – Politecnico di Milano Graduate School of Business.

A quanti eventi bisogna partecipare, per ottenerlo?

“L’ottenimento del Badge è vincolato alla partecipazione a cinque Digital Talk nazionali, due seminari territoriali e alla fruizione di tutti i contenuti on demand. Parallelamente al percorso, il progetto prevede anche la “call Road to Social Change”, per valorizzare sette progetti a forte ricaduta sociale, capaci di fornire soluzioni strutturali per rendere più solide e coese le comunità, stimolando innovazione e nuove economie.”

Partire dal basso, passo dopo passo…


Coronavirus: orientarsi con ragionevolezza

Scritto da Antonio Palmieri | 28 Febbraio 2020 | Prima Pagina

“Il virus sta circolando da settimane, se non da mesi, in Italia. E di questo dobbiamo ritenerci fortunati: perché vuol dire che è meno letale di quanto temiamo sia. E che ci abbiamo convissuto già da tempo senza particolari problemi. Ecco perché forse dobbiamo essere meno spaventati di quanto lo siamo ora.” È il concetto cardine del pezzo con il quale Ilaria Capua lunedì ha provato a ricondurre nei limiti della ragione ciò che stava (e sta) accadendo per il coronavirus.

Ragionevolezza, unico antidoto attualmente disponibile e utilizzabile. Per diffonderlo, ho trovato molto utili tre pezzi di Riccardo Luna, una piccola serie dal titolo “Coronavirus e terapia antipanico”. Nel primo pezzo Luna ci ricorda, numeri alla mano, di cosa (purtroppo) si muore ogni giorno in Italia: “Prendiamo l’influenza: di tutti coloro che muoiono in Italia (650.000 persone l’anno) uno su mille muore di influenza. I morti di influenza sono quasi due al giorno. Immaginate un titolo: altri due morti! Ogni giorno.”.

Disinserire il “tutto maiuscolo” è il titolo del secondo pezzo, che propone altri numeri per aiutarci a capire che “Dal coronavirus si guarisce, quasi tutti guariscono, come accade per l’influenza. Non è la peste. Non è l’Aids.”. Su questo punto torna il terzo pezzo, “Come si calcola la mortalità del Coronavirus” che spiega perché “il fatto che l’80% dei casi sia in forma lieve e talvolta senza sintomi fa sì che verosimilmente i contagiati siano molti di più. Il che vuole dire che il virus è molto meno pericoloso.”. Proprio il concetto espresso da Ilaria Capua nella prima citazione.

Molti altri pezzi utili sono usciti in settimana. Ti segnalo una riflessione del politologo Luigi Di Gregorio, che motiva perché la nostra fragile società sia esposta alla infodemia, l’epidemia che viene dall’informazione: “In una società individualizzata non c’è più spazio per chi rimette al “buon Dio” il momento della sua fine terrena, né al fatalismo, né per chi creda fermamente in una comunità terrena (scientifica o politica) che sia in grado di salvarci. Siamo soli, ci percepiamo come tali, e dunque siamo iper-attivati sul fronte dell’autoconservazione e dello spirito di sopravvivenza.”

In questo contesto, da deputato e da cittadino sono molto deluso e preoccupato per come il governo ha gestito questa vicenda. Nell’era digitale e globale, la comunicazione è politica e dunque va maneggiata con estrema cura. Dopo aver per settimane assicurato che nessun Paese si era mosso meglio dell’Italia per prevenire il contagio, in pochi giorni il premier ha trasformato l’Italia nella Cina d’Europa. Per non parlare della foto del governatore lombardo con la mascherina, che da mercoledì ha fatto il giro del mondo, confermando la sensazione di una situazione fuori controllo.

Il risultato è che produzione, esportazioni, turismo, sono in ginocchio. Recuperare sarà molto dura. Vedremo quali misure concrete saranno poste in essere dal decreto economico annunciato dal governo. Nel frattempo, oltre a rispettare le precauzioni indicate – prima fra tutte quella di lavarsi spesso le mani – ti propongo in chiusura una nota di “ottimismo digitale”. Come ipotizza Luciana Maci, forse questa situazione può essere una formidabile possibilità di comprendere che è possibile attuare un modello di smart city.  Ottimismo esagerato o apertura alla positività? A te la scelta: buona lettura…


Ci sono ancora!

Scritto da Antonio Palmieri | 7 Novembre 2019 | Prima Pagina

Dopo una lunga pausa, torno a farmi sentire, scusandomi per la lunga assenza.
Ho continuato a lavorare come sempre, cercando di fare qualcosa di utile per tutti.

Ora voglio riprendere a raccontare quello che faccio, in maniera sistematica e, soprattutto, voglio condividere contenuti che ritengo utili a far crescere il “capitale culturale”.

Capitale culturale è la capacità di comprendere questo mondo inedito nel quale viviamo. Un’epoca senza precedenti nella storia dell’umanità, che pone domande nuove, alle quali quale la politica stenta a dare risposta, in Italia e nel mondo.

Ci sono tuttavia persone e realtà che ogni giorno danno un tentativo di risposta. Farle conoscere lo ritengo un dovere civico e un segno di speranza per tutti.


Agenda digitale: non riprodurre divaricazione tra establishment e popolo

Scritto da Antonio Palmieri | 30 Maggio 2018 | Prima Pagina


40 anni dopo la 194: come sarebbe l’Italia con 6 milioni di persone in più?

Scritto da Antonio Palmieri | 23 Maggio 2018 | Prima Pagina


Cattolici e politica. Intervista a Tempi

Scritto da Antonio Palmieri | 22 Marzo 2018 | Prima Pagina, RASSEGNA STAMPA

Antonio Palmieri è un deputato cattolico di Forza Italia che non ha mai fatto mistero della propria fede, assumendo spesso all’interno del suo partito posizioni che si rifanno alla Dottrina sociale della Chiesa. Anche con lui abbiamo scelto di confrontarci su cosa significhi oggi, alla luce dei risultati del 4 marzo, “essere cattolici” in parlamento. Ha ancora senso rivendicare una propria identità? Dove farlo? In che modo?

EDUCARE IN PARROCCHIA.

«Reagisco all’articolo di tempi.it raccontando, innanzitutto, di me stesso. Sono entrato in politica perché, sin da ragazzo, nella mia parrocchia l’interesse per il mondo, per quel che accade, anche in parlamento, era al centro dell’educazione che ci veniva impartita. La parrocchia era il luogo dove si faceva catechismo certo, ma anche dibattiti, incontri, cineforum: c’era veramente un’attenzione a tutto e l’impegno in politica era considerato come qualcosa di nobile, non di “sporco”. Con alcuni amici fondammo un centro culturale che aveva come scopo primario proprio quello di interrogarci e interrogare gli altri sull’attualità della dottrina sociale della Chiesa: come tradurre quei principi in leggi, in azioni pratiche? Il mio impegno in politica è nato in un ambito come questo, quasi naturalmente».

MANCANZA DI LUOGHI. 
Palmieri, perché ci racconta tutto ciò? «Perché una premessa necessaria a tutto il nostro ragionamento mi pare essere proprio questa: oggi, questi luoghi non esistono più. Non esistono più occasioni per i cattolici per parlare di politica, ambiti in cui ci si interroghi su come “trasformare”, mi si passi il termine, le proprie convinzioni in azioni. Anzi, addirittura queste occasioni sono evitate, tacciate, eluse. A parte la breve stagione che, per semplificare, chiamo dei “principi non negoziabili”, in cui si è dibattuto con fervore sui criteri che guidano il nostro agire, poi tutto pare essersi spento. C’è chi arriva persino a sostenere che quei principi non sono più importanti!».

I CATTOLICI DEL PD. 
In particolare, sottolinea il deputato di Forza Italia, «questo è accaduto nell’ultima legislatura dove è stato evidente la messa in minoranza di un certo tipo di posizioni. Voglio essere molto netto su questo: ciò è avvenuto soprattutto per colpa di Renzi. Nelle passate legislature, sempre nelle fila della sinistra avevano piena cittadinanza voci dissonanti di parlamentari cattolici rispetto alla linea laica del partito. Nell’ultima legislatura questo non è più avvenuto. Il Pd a guida Renzi ha eliminato il dissenso. Inoltre va anche detto che molti cattolici erano comunque convinti nel sostenere leggi come le unioni civili o il biotestamento».
Secondo Palmieri, insomma, non c’è alternativa: «Una casa politica per i cattolici può esserci solo nelle fila del centrodestra. Solo in quell’ambito trovano ascolto le istanze liberali e cristiane: attenzione alla solidarietà anche nell’ambito delle scelte economiche e una posizione equilibrata sul tema dell’immigrazione che cerchi di coniugare l’accoglienza con il mantenimento della nostra identità storica».

IL GREGGE E I PASTORI. 
Il rischio dell’irrilevanza, così come paventato dal cardinale Ruini «è forte e presente. Ruini ha ragione da vendere. C’è anche da dire che, a parte qualche vescovo – penso all’importante lavoro di monsignor Crepaldi, ad esempio –, non è che da parte dei vescovi ci sia stato fornito in questi anni un grande aiuto. Il gregge si disperde senza i pastori, è inevitabile. Richiamare al dialogo è sempre prezioso, ma se poi non ci si impegna a sostenere, anche culturalmente, chi nelle fila dei cattolici certe posizioni le porta avanti, chi mai lo farà questo dialogo?».


Perché voto Forza Italia

Scritto da Antonio Palmieri | 26 Febbraio 2018 | Prima Pagina

Non è granché originale per un deputato uscente di Forza Italia (per di più nuovamente candidato) dire di votare Forza Italia. Me ne rendo conto. Tuttavia è per me doveroso rendere conto del perché del mio voto.
Io voto Forza Italia perché siamo portatori di una proposta che non alimenta, scandalo, rabbia e malumore.

Il perno di tutto è la Flat Tax, che rappresenta l’occasione per rendere lo Stato finalmente amico delle famiglie e delle imprese. È un impegno chiaro, preciso, misurabile. Soprattutto è un impegno che punta a rimettere in moto le persone, a farle uscire dal circolo vizioso della sfiducia.
Ecco spiegato, in poche righe, le ragioni del mio voto e del mio voto a Forza Italia.

Grazie per la tua attenzione.
Buon voto!

Antonio Palmieri


Ti conviene non votare?

Scritto da Antonio Palmieri | 22 Febbraio 2018 | Prima Pagina


Flat Tax: fa pagare meno chi ha meno

Scritto da Antonio Palmieri | 20 Febbraio 2018 | Prima Pagina


Il nostro impegno per le forze dell’ordine

Scritto da Antonio Palmieri | 19 Febbraio 2018 | Prima Pagina



Continua

Questo sito Web utilizza i cookie. Continuando a utilizzare questo sito Web, si presta il proprio consenso all'utilizzo dei cookie.
Per maggiori informazioni sulle modalità di utilizzo e di gestione dei cookie, è possibile leggere l'informativa sui cookies.