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Il digitale è una battaglia quotidiana per il consenso

Antonio Palmieri

Archivio del mese di gennaio 2017

Il digitale è una battaglia quotidiana per il consenso

Scritto da Antonio Palmieri | 25 gennaio 2017 | RASSEGNA STAMPA

Internet ha cambiato anche la politica. E sta continuando a cambiarla. L’ultima, abbagliante conferma è arrivata dal sorprendente ingresso alla Casa Bianca di mister Donald Trump, con annesse polemiche. Le campagne ormai si giocano on line e soprattutto sui social network. Arriva quindi a fagiolo il libro “Internet e Comunicazione politica” di Antonio Palmieri, responsabile web di Forza Italia, un pioniere delle relazioni digitali visto che ha un sito personale da oltre 15 anni ed è stato, insieme con l’irruento Antonio Di Pietro, il primo parlamentare italiano su Twitter. Insomma, uno che se ne intende a differenza di tanti altri suoi colleghi.

Conosco Palmieri da tempo e ho modo di apprezzarlo settimanalmente anche come titolare di un blog su EconomyUp (Tecnologia Solidale). Spesso gli dico, quasi scherzando, che è un politico anomalo. Mi piace trovare anche in questo libro conferma di quella che io chiamo la sua “anomalia”, che poi non è altro che la capacità di guardare alle cose importanti ben oltre gli schieramenti e soprattutto con uno sguardo attento al presente quotidiano e al futuro che ci riguarda tutti.

“Internet e Comunicazione politica”, pubblicato da Franco Angeli, è come dichiara lo stesso autore, un “libro-testimonianza” di una militanza digitale che si avvia verso il quarto di secolo, militanza digitale che si è intrecciata con le vicende politiche del nostro Paese ma ha anche con l’evoluzione della cultura tecnologica generale. Le cose sono cambiate e il libro anche questo documenta. “Parlare di tori non è come essere nell’arena”, dice un proverbio spagnolo ricordato da Palmieri. Ecco, lui è certamente un torero che nel corso del tempo ha dovuto agitare la muleta davanti a tanti tori furiosi, sempre con un occhio agli sviluppi tecnologici e l’altro agli equilibri politici.La copertina del libro di Antonio Palmieri

Per questa ragione “Internet e Comuniazione” è anche una guida utile, grazie anche a un linguaggio semplice e poco incline al birignao tecnologico, a tutti coloro che si avvicinano in ritardo alla comunicazione digitale, anche a livello personale e non solo nell’arena politica. Internet è il luogo della campagna elettorale permanente, si intitola un paragrafo del libro, ricordandoci che online relazioni, reputazione e, quindi, consenso si costruiscono giorno. La lettura politica di Palmieri è facilmente trasferibile ad altri ambiti, soprattutto nei concetti generali che la guida. Ce ne sono un paio che mi piace sottolineare perché spesso sommersi da certe ossessioni digitali forse anche per la loro ovvietà: la realtà viene prima della comunicazione (serve un leader, così come serve un prodotto per avere successo), anche perché il web non è un mondo a parte ma un pezzo importante del nostro mondo. Secondo, con internet non si vincono le elezioni, ma senza si perde (così come il web non è garanzia di business ma è sempre più difficile farlo restando solo offline).

Ecco perché, concludo con Palmieri, sbaglia chi domanda ancora quanti voti vale Internet. Altra è la questione: “come faccio a stare online in modo tale da non perdere voti e anzi guadagnarne qualcuno di più? Sostituite voti con ricavi e capirete perché davanti al digitale siamo tutti uguali: singoli, partiti, aziende.

(Giovanni Iozzia, Economyup.it, 23.1.2017)


Scrittori: un “Cantiere” per Eugenio Corti Iniziative per ricordare autore cattolico

Scritto da Antonio Palmieri | 25 gennaio 2017 | RASSEGNA STAMPA

“Eugenio Corti e’ uno dei grandi della letteratura italiana del 900 e di ogni tempo. La sua opera merita di non essere dimenticata e anzi di essere riproposta”. Con queste parole, Antonio Palmieri, capogruppo Forza Italia in commissione cultura ha aperto la conferenza stampa di presentazione del “Cantiere Eugenio Corti”, serie di iniziative dedicate allo scrittore brianzolo coordinate dal prof. Giuseppe Langella, docente dell’Universita’ Cattolica di Milano e da Paola Scaglione, docente e biografa di Corti. Tra le principali iniziative vi e’ la pubblicazione degli atti del convegno internazionale tenutosi lo scorso giugno all’universita’ Cattolica di Milano, “Al cuore della realta’. Eugenio Corti scultore di parole”, a cura della professoressa Elena Landoni e presentati in anteprima nella conferenza stampa. Inoltre martedi’ 14 febbraio ancora la Camera ospitera’ il convegno “L’eredita’ lasciata dai padri. Eugenio Corti un maestro per i nostri tempi”. “Sara’ un’altra occasione per approfondire l’eredita’ del pensiero del grande scrittore cattolico”, ha detto Palmieri, la cui opera principale, “Il cavallo rosso” ha avuto 32 edizioni ed e’ stata tradotta in 9 lingue, tra cui il giapponese. Corti e’ stato uno scrittore realista, che scriveva per “testimoniare la verita’ e la bellezza”, come ha ricordato Paola Scaglione. Uno scrittore “universale e insieme attaccato al suo territorio d’origine, la Brianza”, come osservato dal professor Langella. Il “Cantiere Corti” sta organizzando altre iniziative per dare conto della ricchezza dell’opera di questo scrittore.

(ANSA)


Post verità e delle fake news: considerazioni e proposte

Scritto da Antonio Palmieri | 6 gennaio 2017 | Prima Pagina, RASSEGNA STAMPA

Come hanno ricordato sul Foglio Carnevale Maffè e Giovanni Maddalena le notizie false sono sempre esistite. Per chi fa comunicazione politica il confronto con le bugie (o ritenute tali dal proprio punto di vista) è parte del lavoro quotidiano. Per fare solo un esempio, nell’aprile del 2004 lanciai per Forza Italia il sito tematico “Caccia alle bufale online”, per smentire le false notizie riguardanti il governo Berlusconi pubblicate nel web e veicolate anche tramite catene di email. Conobbi in quella occasione il lavoro di Paolo Attivissimo, che da oramai quasi tredici anni smaschera le bufale online e che assieme a David Puente ha svolto una pregevole inchiesta per scoprire chi c’è dietro e come funzionano i siti di fake news di maggior successo.

La questione è certamente rilevante. Tuttavia l’andamento del dibattito mi ha convinto che il tema non sarebbe diventato di “vitale importanza” per l’assetto democratico globale se la Clinton avesse vinto le elezioni e Renzi il referendum. Poiché hanno perso le elezioni quelli che le “dovevano” vincere e che, guarda caso, controllano in larga parte la comunicazione, fake istituzionali compresi, ora diventa urgente regolamentare la verità sulla rete. 

In realtà, i rappresentanti dell’establishment di governo non hanno perso a causa di qualche sito spara bufale ma perché incapaci di dare risposte alle paure e alle domande di sicurezza sociale ed economica espresse da larga parte dei cittadini. Domande peraltro da essi giudicate sbagliate, non politicamente corrette, indegne di cittadinanza nel dibattito pubblico. In un arguto tweet, il vicedirettore del tg1 Gennaro Sangiuliano si chiede “non ho capito se si vogliono bloccare le “bufale” in rete o le “verità negate” quei fatti che la dittatura del politicamente corretto nega”. È più comodo trovare un capro espiatorio della sconfitta nei siti fake che fare una seria autocritica.

Il dibattito attuale mi riporta a quando, dopo aver perso le elezioni europee 1999, la sinistra si rifugiò nella comoda scappatoia di pensare che avessimo vinto perché avevamo usato gli spot. Così il governo D’Alema nel febbraio 2000 approvò una legge (tuttora in vigore) per impedire di usare gli spot TV e radio. Com’è noto, persero rovinosamente sia le regionali 2000 che le elezioni politiche 2001. Non avevano perso per gli spot ieri, non hanno perso oggi per le fake news. Come cerco di argomentare nel mio libro “Internet e comunicazione politica”, la questione centrale è che la realtà (sociale, politica, economica) viene sempre prima della comunicazione e determina buona parte del contesto e dell’esito delle vicende elettorali. 

Nel caso in questione ciò significa anche che il problema delle false notizie non riguarda solo il web o i social network, fatelo capire per favore al ministro Orlando. Il tema della verità dell’informazione è antico come il mondo. Se dovessimo oscurare ogni fonte di bufale, allora si dovrebbero oscurare i grandi siti per manifesta manipolazione della realtà, come scrive Marcello Foa in un suo recente post a proposito di come si manipola l’informazione, tra spin doctor istituzionali e testate informative “ufficiali”.

Su questo aspetto si fonda la premessa di ciò che ha detto Grillo. La sua idea della giuria popolare per decidere quali notizie siano vere non è una proposta ma la butta, come al solito, in caciara. Lancia la solita fake notizia e ottiene gratis visibilità per sé e guadagni non solo politici per il suo blog.

Allo stesso modo è irricevibile la proposta del presidente antitrust Pitruzzella. Non ne discuto la buona fede ma è evidente il rischio di cadere in forme di censura se è una agenzia pubblica, nominata da chi è al potere, a decidere che cosa è verità oppure no o a distinguere i confini tra satira e menzogna. 

Che fare, allora? In primo luogo i media istituzionali smettano di dare rilevanza alle bufale, rilanciandole nei propri siti, seppur  con lo scopo di denunciarle. Se un sito fake come newsitalia24.com fa 120.000 visitatori al mese (fonte Agi, inchiesta di Matteo Flora e Arcangelo Rociola) cioè solo 4.000 al giorno, che audience raggiungerà se repubblica.it ne rilancia i post? 

In secondo luogo, le fake news si combattono con buoni contenuti ed educazione all’uso del web. Dice bene il giornalista e blogger Fabio Chiusi nel suo post per valigiablu.it: “Quando c’è bad speech, insegnano piuttosto gli anglosassoni, si combatte con more speech. Manipolazione, propaganda, bugie, falsità costruite ad arte si contrastano con logica e spirito critico, argomenti e dati.”. È una strada lunga, lo so. E parte inBanzi tutto dai comportamenti personali, il mio e il tuo: ma anche nel web la moneta cattiva si scaccia mettendo in circolazione moneta buona. A questo riguardo non mi sfugge quanto evidenziato dalla ricerche di Walter Quattrociocchi sul fatto che il debunking, “il confutare le false informazioni attraverso il fact checking” sia inutile “per ristabilire una coscienza corretta dei fatti”. Ma solo una presenza può sperare di contrastare un’altra presenza. 

In terzo luogo, se si ritiene che una balla sia un reato, allora la si persegua usando le leggi che già ci sono, anche per intervenire su siti aventi sede all’estero, cosa fattibile, specie se si è una istituzione pubblica e dunque si ha potere a sufficienza.

Rimane il tema del ruolo dei big player del digitale: semplici vettori neutri oppure super media companies? Non ho una risposta ma una provocatoria considerazione. Google e Facebook sono aziende private che svolgono un servizio pubblico, nel senso del principio di sussidiarietà: pubblico è il servizio, non necessariamente chi lo eroga. Se così è, allora queste aziende sono chiamate a un di più di responsabilità. Come praticarla è il problema: potenziare la “moderazione sociale”, cioè incrementare le segnalazioni di fake proposte dagli utenti può essere un inizio ma si presta ad abusi alla libertà di espressione. Limare gli algoritmi, anche. Forse a questa questione, come direbbe un premio Nobel per la letteratura, “risposta non c’è”. Vale però la pena di cercarla, tutti insieme, consapevoli che poiché nella vita il grano e la zizzania cresceranno sempre insieme. Lavoro alle campagne elettorali di Berlusconi dal 1993 e nel web da fine 1994 e mi sono dovuto confrontare con fake di ogni tipo. È impossibile  (e antidemocratico) pensare di impedire la scrittura di bugie per legge. Quando nel 2001 qualcuno tra noi voleva denunciare chi taroccava online la nostra campagna di affissioni, con Berlusconi decidemmo di farne il “Concorso dei manifesti taroccati”. Fu una controcampagna di grande successo.

Concludo con un sorriso. È davvero ironico vedere come la maggior parte di coloro che si battono per la verità online siano gli stessi che ci dicono da anni che la verità non esiste. Ma questo è tutto un altro tipo di fake…

Pubblicata su Il Foglio, sabato 7 gennaio 2017



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