Vai direttamente a:

Palmieri a Roma… per Cantù

Antonio Palmieri

Archivio del mese di novembre 2003

Palmieri a Roma… per Cantù

Scritto da Antonio Palmieri | 15 novembre 2003 | RASSEGNA STAMPA

Il Giornale di Cantù del 15 novembre 2003

Al giro di boa, a due anni e mezzo dall’elezione dell’onorevole Antonio Palmieri (Forza Italia), quanto è rappresentata Cantù nella capitale?
Verifichiamo con l’interessato, 42 anni, sposato, laureato in filosofia, interista, che ci rappresenta a Roma.

1) Un bilancio al giro di boa, quanti obiettivi può dire di aver centrato?

Se parliamo di quantità, cominciamo con il dare qualche dato concreto: al 6 novembre 2003, la mia percentuale di presenze alle votazioni in aula e’ del 98.88%, in quanto ho partecipato a 15.806 votazioni sul totale di 15.985, mentre in commissione cultura ho partecipato al 99% delle sedute.
Questi numeri testimoniano che ho finora raggiunto il primo obiettivo: confermare nei fatti l’impegno di lavorare sodo, assunto nei confronti degli abitanti del collegio due anni e mezzo fa.

2) L’intervento di cui va fiero?

La legge sull’accessibilità ai disabili dei siti internet della pubblica amministrazione, da me proposta un anno fa, approvata il 16 ottobre alla Camera e ora al Senato, che è un esempio di come le tecnologie possano migliorare la qualità della vita per tutti.
E aggiungo l’istituzione delle università a distanza, provvedimento nato da un mio emendamento alla legge finanziaria dello scorso anno. E, cosa di questi giorni, la risoluzione sull’esposizione del crocifisso nelle scuole, presentata assieme a Ferdinando Adornato.

3) La difficoltà maggiore sin qui incontrata in Parlamento?

Oltre a quella di capire un mondo del tutto nuovo, specie per chi non ha mai fatto politica direttamente, la maggiore difficoltà è la mancanza di tempo per studiare.I tempi di lavoro – tra commissione e aula, tra collegio e Forza Italia, tra incontri pubblici e privati – sono così serrati che spesso il tempo per approfondire i temi è davvero poco o almeno non quanto mi piacerebbe che fosse. Ma le cose si fanno nel tempo che si ha?

4) La Cdl ha messo in mostra frizioni e fratture tra i gruppi della coalizione: cosa ne pensa?

Penso che tutti noi dobbiamo avere in mente solo una cosa: che siamo stati eletti per lavorare uniti e per realizzare il programma votato dagli elettori nel maggio 2001 e del quale abbiamo finora approvato molte parti importanti: la Legge Biagi per il lavoro, la riforma della scuola, la riforma fiscale, la riforma del diritto societario, le semplificazioni burocratiche, la legge sull’immigrazione, la riforma delle pensioni.

5) C’è qualche partito che zavorra un po’ troppo la coalizione?

Non ci sono zavorre nella coalizione ma storie personali e politiche diverse, le quali pero’ si devono ricomporre per un unico obiettivo:
mantenere gli impegni con i cittadini.
E in questi mesi noi di Forza Italia ci siamo adoperati e ci stiamo adoperando pazientemente nei confronti di tutti gli alleati proprio per rammentare a tutti che lavorare sodo e in
concordia.

6) Che tipo di rapporto ha con il premier Silvio Berlusconi: ci racconti eventuali particolari, aneddoti…

Sono grato e riconoscente a Silvio Berlusconi per le cose che mi ha insegnato come comunicatore dal punto di vista professionale e per avermi dato l’opportunità di vivere da dieci anni sembra ieri –
questa inimitabile avventura che si chiama Forza Italia. Il Berlusconi che ho conosciuto e’ un uomo ricco di doti, tra le quali spiccano la forza di carattere e la chiarezza di visione.
Ma ciò che apprezzo di più è che Berlusconi è un capo che sa motivare e che in primo luogo ti trascina con la forza del suo esempio.

7) Roma-Cantù: le distanze, con la sua elezione, si sono ridotte?

Lo spero. Io ce la metto tutta, in tutti i modi, a partire dalla mia presenza assidua a Roma, orgoglioso di essere il deputato di Cantù.
E proprio per essere sempre a disposizione dei canturini ho voluto il mio sito internet www.antoniopalmieri.it con relativo indirizzo di posta elettronica. E, al tempo stesso, ho
partecipato negli ultimi due anni a 64 incontri pubblici nel territorio. Sono due esempi di come mi applico per ridurre le distanze tra Cantù e Roma.

8) Le sue priorità per la nostra città e il territorio Canturino?

Continuare a fare tutto ciò che posso per rispondere alle sollecitazioni che mi vengono dal territorio, dai cittadini come dagli amministratori locali. E vedere se mi capita qualche altra occasione di aiutare direttamente il territorio.

9) Questione palazzetto: finalmente qualcosa si sta muovendo. Arriveranno altri fondi?

Se posso fare una battuta, io ho già dato e anche in modo inaspettato, in quanto la somma di 1.400.000 euro stanziati con la legge definitivamente approvata lo scorso settembre non erano previsti ma sono in più rispetto a quelli attesi dalla Regione. Mi auguro e vi auguro che abbiate nei mesi a venire altre positive notizie questa volta dal Pirellone.

10) Come crede si possa ultimare questa struttura? È in contatto stretto con chi amministra Cantù?

Nei miei rapporti con gli amministratori locali mi attengo a una regola: ognuno deve svolgere il suo compito, nel rispetto del mandato avuto dai cittadini. Non appena mi si è presentata l’occasione ho aiutato la giunta di Cantù e l’ho fatto volentieri anche perché aiutando lei aiuto i cittadini. Ma non mi permetto di giudicare o di dire checosa deve fare chi amministra Cantù: non è il mio compito, non è per questo che sono stato eletto deputato di Cantù-Mariano.

11) Cosa pensa della proposta del presidente della Pallacanestro Cantù, a capo di una cordata di imprenditori interessata all’ultimazione del
palazzetto?

Il presidente Corrado è una persona che ha passione e competenza e ha fatto molto per lo sport canturino e nazionale, perché la Pallacanestro Cantù è un patrimonio del basket italiano, e se lo dice un tifoso di Milano potete credergli.
Credo che la giunta canturina saprà apprezzare
nel modo dovuto la sua proposta ma, come ho detto prima, non entro nel merito perché non voglio fare, è il caso di dirlo, una invasione di
campo.

12) Cosa può fare un parlamentare per i problemi del nostro territorio?
Economia, viabilità, ospedale, tre nodi con un presente critico e un futuro incerto…

Purtroppo per i problemi da lei citati un parlamentare può direttamente fare poco, proprio perché le mie competenze e responsabilità dirette
sono quelle di contribuire a fare le leggi.
Come dicevo nella campagna elettorale del 2001, votando me si votava il progetto che rappresentavo e i cui vantaggi sarebbero ricaduti anche sul territorio, perché le buone leggi sono buone per tutti.
Inoltre attraverso il mio sito internet e gli incontri pubblici sul territorio mi metto a disposizione per le cose che posso fare, come, ad esempio, dare informazioni sul funzionamento delle leggi e spiegare come utilizzarle per le questioni locali.

13) Spesso si dice che un parlamentare guadagni troppo: cosa ne pensa e quanto effettivamente guadagna?

Lo stipendio di un parlamentare è paragonabile a quello di un dirigente d’azienda e francamente credo che sia adeguato rispetto alleresponsabilità che ci prendiamo con le nostre decisioni.
E i benefit, la diaria e le spese di viaggio, rappresentano spese che rimborsate così come avviene per qualsiasi lavoratore in qualsiasi azienda: se si va in giro per lavoro, viaggi, vitto e alloggio sono a carico del datore di lavoro. Inoltre è come se io fossi una piccola impresa e come tale ho le mie spese: un collaboratore con regolare contratto, le spese di rappresentanza, il mio sito personale, cancelleria, inviti, abiti, libri, benzina, ecc…nel sito della Camera dei Deputati sono indicate le cifre esatte dello stipendio, della diaria, del rimborso per il cosiddetto “rapporto con glielettori”.
Ciò detto, è chiaro che se uno non lavora, anche un euro è troppo. Ma se si lavora?

14) La sua giornata romana come è scandita?

Sveglia alle 7.00, alle 7.30 colazione. Alle 8.00 lezione d’inglese al mercoledì oppure inizio subito con gli appuntamenti, fino alle 9.45; quindi corro in aula per la seduta del mattino, al termine della quale di seguito (di solito alle 14.00) c’è la commissione cultura.
Poi dalle 15.00 o dalle 16.00 di nuovo in aula, di norma fino alle 20.00. La sera sovente ci sono le riunioni del gruppoparlamentare o di partito oppure lavoro in ufficio.
Verso mezzanotte mezza-l’una a nanna, dai Padri Trinitari al Vaticano, dove alloggio.
Per i dettagli, nel mio sito www.antoniopalmieri.it, c’è il “CalenDiario”, l’agenda quotidiana dove chiunque può leggere i miei impegni giorno per giorno e perciò “controllare” cosa fa il suo
deputato.

15) Un messaggio ai canturini?

Sono a metà mandato, vale a dire a metà del “contratto”che mi lega a voi per cinque anni. Intendo completare la seconda parte di questa legislatura con lo stesso impegno dell’inizio e con il vantaggio di accumulare via via sempre più esperienza.
E intendo continuare a farlo con l’intento di rappresentare tutti gli abitanti di Cantù e del collegio. Giudicherete dai fatti.


Un convegno per progettare il futuro

Scritto da Antonio Palmieri | 9 novembre 2003 | RASSEGNA STAMPA

La Provincia di Como del 9 novembre 2003

La presentazione della Guida all’accessibilità tenutasi ieri al Pirellino è stata anche occasione per fare il punto sul percorso fatto dalle associazioni e dalle istituzioni e per avere indicazioni su come proseguire in futuro. A parte l’amministrazione provinciale – grande assente – nella sala conferenze della sede territoriale della Regione erano presenti i massimi rappresentanti del volontariato comasco e i referenti in materia delle istituzioni quali Alessandra Cappi per conto dell’assessore regionale alla solidarietà sociale Gian Carlo Abelli , che ha sottolineato come la politica della Regione sia improntata sul principio dell’attenzione alla globalità della persona, che impone di guardare al disabile come a un cittadino portatore di bisogni differenziati che interessano il sociale, ma necessitano anche di risposte dall’amministrazione pubblica.

Breve ma esaustivo l’intervento dell’onorevole Antonio Palmieri referente della proposta di legge per il libero accesso ai siti delle pubbliche amministrazioni, che dovrebbe concludere il suo iter entro l’anno, a cui sono seguiti due momenti dedicati alle testimonianze dirette dei portatori di handicap, nello specifico Andrea Rocca , nazionale di basket in carrozzella, che ha ribadito la necessità di maggior dialogo tra istituzioni e associazioni per recuperare il distacco con gli altri paesi europei dove la sensibilizzazione e l’educazione partono dalle scuole con l’abbattimento in primo luogo delle barriere mentali, e Andrea Bonanomi , il comasco campione mondiale basket disabili che ha strappato scroscianti applausi alla platea.

Al microfono poi è stato chiamato Rocco Belmonte , dirigente comunale ai servizi sociali che ha elencato i servizi di Palazzo Cernezzi rivolti alla persona disabile, quali la consulta handicap, il progetto scuola potenziata e il «Multimisura» in collaborazione con la Provincia – che tra l’altro sta portando nelle scuole il percorso Sport-handicap – ma anche la gestione del Cse di via del Doss, annunciando poi, oltre al possibile trasloco degli uffici di via Sirtori nei nuovi spazi di via Roosevelt, l’apertura dello sportello disabili del Comune che dovrebbe essere operativo da febbraio due giorni la settimana dalle 8 alle 18. A concludere gli interventi è stata Anna Sannino , per conto del direttore generale dell’Asl Giampiero Saronni che ha parlato di cogestione responsabile per una sana politica della salute.

Non tutti i presenti ieri sono rimasti solo ad ascoltare: Filiberto Crisci , del «Comitato per la vita indipendente» ha distribuito un volantino nel quale si parla di mancanza di etica politica da parte degli amministratori cittadini.


Croce via anche dai tribunali

Scritto da Antonio Palmieri | 8 novembre 2003 | RASSEGNA STAMPA

La provincia di Como del 8 novembre 2003

Niente crocifisso nell’aula del Tribunale dove si sta discutendo una causa su questo oggetto: lo chiederà il presidente dell’Unione Musulmani d’Italia, Adel Smith, il 19 novembre prossimo, in occasione dell’udienza nel corso della quale, all’Aquila, si deciderà se dare seguito all’ordinanza del giudice Montanaro – che disponeva la rimozione del simbolo cristiano dalla scuola di Ofena (L’Aquila) – o accogliere il ricorso presentato dall’Avvocatura di Stato. Smith ha spiegato che non si sentirebbe «molto garantito se il crocifisso è appeso sopra la testa di chi deve giudicare». Lo detto l’altra sera, nel corso della trasmissione «Girotondo», andata in onda sull’emittente televisiva abruzzese Atv7, che, in una nota, ha divulgato il contenuto dell’intervista. Alla domanda del giornalista «Come si comporterà se in occasione dell’udienza di convalida dovesse trovare il crocifisso anche nell’aula del tribunale dell’Aquila?», Smith ha risposto: «Ho già parlato con il mio avvocato, e gli ho espresso la mia opinione. Quale cittadino italiano chiederò al giudice di rimuovere il crocifisso dal tribunale, perchè ovviamente, in un tribunale in cui si sta facendo una causa proprio su questo oggetto, non mi sentirei molto garantito se, come io vedo spesso, il crocifisso è appeso sopra la testa di chi deve giudicare».

La questione dei crocifissi resta «calda», insomma. E il tema è stato al centro di una risoluzione discussa e approvata alla Camera, risoluzione presentata dai forzisti Ferdinando Adornato e Antonio Palmieri. L’impostazione originaria era di impegnare il governo a «promuovere in tutte le scuole una campagna» per far comprendere il significato culturale del crocifisso. Su richiesta della Margherita, che mirava a un documento bipartisan, Adornato ha proposto una nuova risoluzione.

Poi l’intesa è saltata ed è stato approvato il solo testo della maggioranza in cui, appunto, il governo è impegnato «a mettere in atto un’opera di sensibilizzazione utile a far comprendere a tutti per quali motivi il crocifisso rappresenta un simbolo di valori che stanno alla base della nostra identità nazionale, europea e occidentale». Il documento contiene poi altri tre impegni che erano presenti nella prima risoluzione della Margherita, poi ritirata: «evitare che si proceda con azioni lesive della sensibilità e della cultura condivisa da una grande maggioranza della popolazione italiana, come la rimozione del crocifisso»; «fare della scuola, luogo per eccellenza dei processi formativi, uno strumento teso al dialogo tra le esperienze culturali e religiose che faccia crescere il rispetto reciproco, la tolleranza, il riconoscimento dei comuni valori di base»; «ad operare perchè la libertà religiosa e il pluralismo culturale siano effettivamente garantiti anche laddove, nei Paesi con tradizioni diverse dalle nostre, essi fossero conculcati».

Antonio Palmieri ha definito la risoluzione approvata, definita «un testo equilibrato, che tiene nel dovuto conto il contesto pluriculturale della scuola e della società italiana e insieme vuole essere argine alla “dittatura delle minoranze” in nome della quale i simboli della religione, della cultura e della tradizione italiana vengono sovente annullati o fisicamente rimossi, come nel caso del crocifisso della scuola di Ofena».


Risoluzione crocifisso nelle scuole

Scritto da Antonio Palmieri | 6 novembre 2003 | Attività 2003

Testo approvato dalla Commissione cultura
del 6 novembre 2003

Risoluzione n. 7-00326 Adornato ed altri: Esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche.

La VII Commissione, premesso che:

le leggi attualmente in vigore non hanno modificato l’articolo 118 del regio decreto 30 aprile 1924, n. 965, secondo il quale ogni aula deve avere l’immagine del crocifisso;

la sentenza della Cassazione del 13 ottobre 1998 spiega che l’esposizione del crocifisso non viola la libertà religiosa perché « rappresenta un simbolo della cultura cristiana come essenza universale, indipendente da una specifica confessione »;

procedere alla rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche e` un fatto di assoluta gravita` che contrasta e offende la cultura e la sensibilità di gran parte della popolazione italiana;

il crocifisso non e` unicamente il simbolo della religione fondamentale del nostro Paese e della tradizione del nostro popolo, ma e` anche espressione profonda di cultura, di umanità e segno di 2000 anni di storia, di civiltà e di cultura, della quale si trova testimonianza in tutti i comuni d’Italia;

il crocifisso oltre ad essere il simbolo della religione cristiana e` l’emblema di valori quali la libertà dell’individuo e della persona, il rispetto di tutte le fedi religiose, la separazione tra « Dio e Cesare » fondamento della laicità dello Stato che sono i valori che fondano l’identità dell’Italia, dell’Europa e dell’intero Occidente;

per quanto detto, non sussiste alcun nesso logico tra il venir meno della religione cattolica come religione di Stato e la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche;

impegna il Governo:

a evitare, per quanto di propria competenza, che si proceda con azioni lesive della sensibilità e della cultura condivisa da una grande maggioranza della popolazione italiana, come la rimozione del crocifisso;

a promuovere, nel rispetto del principio costituzionale dell’autonomia scolastica, iniziative idonee a fare della scuola, luogo per eccellenza dei processi formativi, uno strumento teso al dialogo tra le esperienze culturali e religiose che faccia crescere il rispetto reciproco, la tolleranza, il riconoscimento dei comuni valori di base;

a mettere in atto un’opera di sensibilizzazione utile a far comprendere a tutti per quali motivi il crocifisso rappresenta un simbolo di valori che stanno alla base della nostra identità nazionale, europea e occidentale e, lontano dall’offendere il pluralismo culturale e religioso e` ed è stato, al contrario, il più antico e forte simbolo di amore e di difesa della libertà di tutti;

ad operare perché la libertà religiosa e il pluralismo culturale siano effettivamente garantiti anche laddove, nei Paesi con tradizioni diverse dalle nostre, essi fossero conculcati.

Adornato, Palmieri, Garagnani, Bianchi Clerici, Butti, Ranieli, Baiamonte, Carlucci, Licastro Scardino, Maggi, Angela Napoli, Rositani, Buontempo, Santulli, Lainati, Orsini.


Difendere le nostre radici religiose e culturali

Scritto da Antonio Palmieri | 4 novembre 2003 | Attività 2003

Intervento per la discussione della risoluzione sul crocifisso
del 4 novembre 2003

Dividerò il mio intervento in due parti: la prima riguarda il merito dell’ordinanza con la quale il giudice Montanaro accetta il ricorso del provocatore islamico Adel Smith e il metodo che ha ispirato l’azione di Montanaro.
La seconda parte – forse la più interessante per riflettere sul futuro della nostra società – prende spunto dalla vicenda per capire quali riflessioni di carattere più generale essa porti con sé e che cosa possiamo imparare da questa vicenda.

1. Una ordinanza sbagliata tre volte.

L’ordinanza dell’Aquila deve essere discussa civilmente, senza demonizzazioni. Ma a mio avviso questa l’ordinanza è sbagliata sotto tre aspetti: per la ricaduta sociale, per il contenuto tecnico e per le motivazioni che la sostengono.
L’ordinanza è sbagliata sotto l’aspetto della sua ricaduta sociale perché non tiene conto del contesto in cui è maturata la richiesta di Adel Smith e delle ripercussioni che l’accoglimento di tale richiesta porta sulla società italiana e su un autentico processo di integrazione. Infatti l’ordinanza ha buttato benzina sul fuoco degli opposti fondamentalismi, come testimoniano i fatti avvenuti nei giorni scorsi. Credo sia stato un errore non tenere conto di queste inevitabili ricadute.

Per quanto riguarda l’aspetto tecnico, l’ordinanza è sbagliata perché l’ordinanza è tecnicamente un provvedimento d’urgenza, e richiede per legge: a) la competenza del giudice ordinario; b) un pregiudizio grave e irreparabile derivante dall’attesa del giudizio vero e proprio; c) un minimo di fondamento giuridico.
Circa la competenza del giudice ordinario, va ricordato che il servizio di pubblica istruzione rientra nella competenza esclusiva dei TAR (dunque, non c’è spazio per i giudici ordinari).
Circa l’urgenza basta osservare che i figli di Amith frequentavano da tempo l’aula con il crocifisso senza aver avuto traumi. E comunque la croce nelle scuole e in altri edifici pubblici c’è da tanto tempo e dunque si potevano aspettare i tempi “giusti” per un giudizio più ponderato e condiviso.
Circa il fondamento giuridico, ricordiamo – come abbiamo scritto nelle premesse della nostra risoluzione – che le leggi attualmente in vigore non hanno modificato l’articolo 118 del regio decreto 30 aprile 1924, n. 965, secondo il quale ogni aula deve avere l’immagine del crocifisso, e l’allegato C del regio decreto 26 aprile 1928, n. 1297, secondo cui il crocifisso fa parte dell’ordinario arredamento scolastico;

il parere del Consiglio di Stato del 1988 ha confermato che devono ritenersi tuttora legittimamente operanti le disposizioni emanate nel 1924 e nel 1928 perché non riguardano l’insegnamento della religione cattolica, né costituiscono attuazione degli impegni assunti dallo Stato in sede concordataria;

la sentenza della Cassazione del 13 ottobre 1998 ha spiegato che l’esposizione del crocifisso non viola la libertà religiosa perché «rappresenta un simbolo della cultura cristiana come essenza universale, indipendente da una specifica confessione»;

Inoltre l’articolo 9, punto 2 del testo dell’Accordo del 1984 tra Repubblica e Santa Sede, afferma che la Repubblica continuerà ad assicurare l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado perché la Repubblica italiana riconosce il valore della cultura religiosa e tiene conto del fatto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano.

Infine l’ordinanza è sbagliata nella sua motivazione. Nel testo del giudice Montanaro si legge: “Le giustificazioni addotte per ritenere non in contrasto con la libertà di religione l’esposizione del crocifisso (…) sono divenute ormai giuridicamente inconsistenti, storicamente e socialmente anacronistiche, addirittura contrapposte alla trasformazione culturale dell’Italia”.
La domanda è: nel nostro ordinamento spetta al giudice stabilire che cosa è fuori epoca? E sulla base di quali criteri? E’ compito del magistrato certificare la conformità delle norme ai cambiamenti culturali? Chi gli ha attribuito questo ruolo?
Per motivare la sua ordinanza il dott. Montanaro deve ricorrere a un dato metagiuridico, necessariamente soggettivo, che lui adopera per contestare l’orientamento espresso dal Consiglio di Stato, dall’Avvocatura dello Stato e dalla Corte costituzionale e per autoconferirsi il tremendo potere di saper cogliere i segni dei tempi.
Montanaro inoltre contesta la tesi secondo cui “esisterebbe (…) un’identità italiana, forgiata dai principi del cattolicesimo, che non può essere cancellata, così come non si possono cancellare la Divina Commedia o gli affreschi di Giotto”. Di questo passo – come è stato da molti rilevato in questi giorni – quando i figli di Adel Smith arriveranno al liceo, il loro islamico genitore attiverà un ricorso d’urgenza per inibire al professore d’italiano la lettura di Dante: se la visione del crocifisso, come dice l’ordinanza, crea un danno grave e irreparabile, figurarsi quali sconquassi potrebbe provocare lo studio dell’Inferno, così popolato di seguaci di Maometto…

2. Che cosa rappresenta il crocifisso

Tuttavia, come sempre nella vita, da un male può nascere un bene, se sapremo trarre dalla vicenda del crocifisso nella scuola di Ofena le dovute considerazioni di carattere culturale, sociale e politico.

Dice il giudice Montanaro nelle motivazioni della sua ordinanza: “La presenza del crocifisso nella aule scolastiche comunica un’implicita adesione a valori che non sono in realmente patrimonio comune di tutti i cittadini…imponendo un’istruzione religiosa che diviene obbligatori per tutti…connotando così in maniera confessionale la struttura pubblica “scuola”.

In realtà il crocifisso rappresenta molte cose. Esso è senza dubbio un simbolo religioso, il simbolo della religione storica del popolo italiano e della prima religione del mondo, il cristianesimo. Esso è segno e memoria del sacrificio di Gesù Cristo, venuto a rivelarci che il Figlio di Dio si è fatto uomo per salvare tutti gli uomini, con la sua morte e la sua risurrezione

Ma oltre a questo fondamentale e significato, il crocifisso è espressione e segno di oltre 2000 anni di storia, di civiltà e di cultura, della quale si trova testimonianza in tutti i comuni d’Italia e in tutti i musei in Italia, in Europa e nel mondo. E, soprattutto, il crocifisso è l’emblema di valori quali la libertà incomprimibile di ogni essere umano, il rispetto di tutte le fedi religiose, la fratellanza dell’intera umanità, la parità tra uomo e donna, la separazione tra «Dio e Cesare» fondamento della laicità dello Stato. Si tratta dei valori faticosamente affermatisi nella nostra bimillenaria storia e che fondano l’identità dell’Italia, dell’Europa e dell’intero Occidente. Valori assoluti e non negoziabili, valori autenticamente veri e non relativi, perché sono i valori dell’essere umano, inscritti nel cuore di ogni uomo e che lo difendono da ogni autoritarismo politico o religioso. Valori che formano il prerequisito per uno sviluppo sociale ed economico autenticamente umani.
Qui sta il punto: il crocifisso non è “solamente” un simbolo religioso ma è per così dire la nostra carta d’identità, il punto di origine di chi siamo noi, è l’emblema di chi ha rivelato all’uomo se stesso capovolgendo i fondamenti su cui fino ad allora si erano rette le società antiche. Come affermava Croce, le radici cristiane sono diventate ragioni laiche e sono queste radici e queste ragioni che noi dobbiamo presentare a chi arriva tra noi, senza vergogna o pudore dell’origine dei nostri valori, consapevoli che i valori possono reggere se ancorati fortemente alla radice che li ha generati, soprattutto nel nuovo contesto determinato dall’immigrazione islamica e dalla globalizzazione.

Credo che questo abbiano capito i tanti non cattolici dichiarati che in questi giorni hanno difeso la croce. Il loro imprevedibile schierarsi a difesa del crocifisso è dovuto al fatto che la provocazione di Smith ha fatto emergere un timore che già alcuni osservatori avevano segnalato alla fine degli anni ’90 e che la dichiarazione di guerra contro l’Occidente compiuta con gli attentati dell’11 settembre 2001 ha reso evidente. Si tratta della paura che l’Italia e l’Europa siano minacciate nelle proprie tradizioni dall’immigrazione islamica. Tesi accentuata da chi afferma che taluni paesi musulmani avrebbero pianificato di conquistare “pacificamente e silenziosamente” l’Europa per poi imporre la loro religione e la illiberale legge islamica, usando come “arma” le nostre leggi liberali, la nostra debolezza culturale di popoli intimoriti perfino dei propri pensieri, timorosi che qualsiasi affermazione della nostra identità possa configurarsi come razzista e intollerante, la forza dei numeri (gli islamici sono giovani e fanno figli, noi no) e il vigore espansivo della loro fede.

3. Il relativismo culturale

In definitiva i non cattolici che hanno difeso la croce hanno capito che l’immigrazione multiculturale, in particolare quella islamica, ha cambiato il contesto nel quale ci troviamo a vivere e che i riflessi ideologicamente condizionati che potevano valere nella seconda metà del Novecento oggi non hanno più motivo d’essere. Per capire il nuovo contesto sociale non serve utilizzare le vecchie categorie di pensiero ma occorre mettere capo a nuovi modi di leggere la realtà, perché essa non è più come era una volta.
E’ dunque necessario saper dare motivazioni ragionevoli, condivisibili e convincenti, in modo particolare per i nostri giovani, che mi sembrano i grandi assenti dal dibattito di questi giorni, come se gliene importasse ben poco. La vicenda di Ofena ha messo in scena un nuovo tipo di frattura generazionale: i “vecchi” (quelli da quarant’anni in su) dimostrano di avere ancora una appartenenza culturale nazionale da difendere; i ventenni e i trentenni si accontentano di Halloween. E così può accadere che mentre Bertinotti difende il crocifisso, la nostra trentenne collega di Rifondazione Titti De Simone presenta una proposta di legge per abolire le norme che impongono la presenza del crocifisso nelle scuole.

Questa situazione è la conseguenza di almeno vent’anni di dominio del relativismo culturale, concetto difficile che significa una sola cosa: l’unica verità è che non c’è verità. Di conseguenza tutte le culture e i modi di vita devono avere pari dignità e chi afferma che la verità esiste è un nemico della libertà e un fondamentalista intollerante. Vivi e lascia vivere, indifferente a quanto ti circonda, è la condizione nella quale crescono le nuove generazioni: un relativismo senza storia e senza memoria, senza radici e senza futuro, che non crede in nulla o non ha il coraggio di difendere ciò in cui crede per non apparire intollerante.
Noi sappiamo bene che la libertà può sussistere solo se lo stato non fa sua nessuna particolare ideologia, nessun dogma, nessuna religione e se assicura ai singoli e ai gruppi la libertà di esistere nella identità culturale prescelta, di proporre agli altri le proprie convinzioni, di educare secondo i propri principi, nel rispetto delle leggi e delle libertà altrui. Ma pggi nel contesto determinato da immigrazione islamica e globalizzazione lo stato laico e democratico non può scadere nell’indifferentismo: occorre riproporre la concezione di uomo che deriva dall’antropologia cristiana, la quale ha costituito il fondamento delle democrazie occidentali: un umanesimo, esito finale di secoli di faticosissima evoluzione del pensiero occidentale, che tutela i diritti fondamentali e inalienabili propri di ogni essere umano, compreso il “diritto” di cercare la verità. Per questo fermo restando il diritto di ogni persona a vivere un’esistenza degna secondo la propria identità culturale, non possiamo cancellare il dato di realtà che ciò avviene in un ambiente storicamente e culturalmente cristiano, in Italia cattolico.
Questa è l’alternativa al relativismo culturale, etico e politico, che può unire tutti gli uomini di buona volontà.

4. La laicità è un metodo non un contenuto

Superare i vecchi schematismi per saper leggere in modo adeguato il nuovo contesto sociale e culturale nel quale stiamo vivendo significa anche ribadire il corretto concetto di laicità.
Innanzi tutto va detto che la laicità indica un metodo, non dei contenuti. Oggi è in vigore nel nostro Paese la antistorica concezione di chi continua a vedere nel fenomeno religioso (anzi nella nostra religione) l’oppio dei popoli o un ipocrita instrumentum regni. Nel nostro Paese questa concezione di laicità finisce di fatto opporre il laico al credente cattolico, con il corollario che di norma il cosiddetto laico è per definizione persona ragionevole e tollerante mentre il cattolico è per antonomasia irragionevole e oscurantista.
Dietro alla laicità in molti casi si nasconde un malcelato odio per tutto ciò che è attinente alla cultura occidentale, vale a dire un odio per noi stessi. Il laicista vuole confinare il fenomeno religioso tradizionale del popolo italiano all’interno delle singole coscienze, ridurlo a un’opzione, anzi a un sentimento: un sentimento per lui puerile, ma tollerabile fin tanto che non pretende di concretarsi in iniziative sociali o (tanto meno) politiche.
Il laico invece, credente o non credente che sia, pur distinguendo con chiarezza tra l’ambito religioso e quello statuale e non accettando che il secondo sia sottomesso al primo, è disposto a riconoscere che chiunque possa portare un utile contributo alla vita sociale e che le proposte vanno giudicate nel merito.
Infatti la vera laicità consiste nel porsi di fronte a tutti i fenomeni con atteggiamento di domanda e aperto alla ricerca di verità: ciò accomuna chi crede e chi non crede e consente di non rinnegare le proprie radici culturali e di poterle presentare serenamente ma con forza e orgoglio a chi viene a vivere in mezzo a noi appartenendo a culture e religioni diverse.

5.La dittatura delle minoranze

Oltre alla riflessione sull’impostazione relativistica e sul concetto di laicità, dalla vicenda di Ofena viene anche offerto spunto per riflettere sul concetto di uguaglianza. Per il dott. Montanaro i “principi costituzionali (…) impongono (…) la neutralità delle strutture pubbliche di fronte ai contenuti ideologici”. Ma cosa significa neutralità? Forse sostenere chi si fa scudo della neutralità rende una affermazione fortemente ideologica, che rinvia a quel relativismo assoluto che è esso stesso una ideologia. Abbiamo già detto che l’indifferentismo non può essere la cifra culturale che caratterizza uno stato laico e democratico oggi in Italia, proprio perché esso è sottoposto al duplice attacco della globalizzazione culturale e dell’aggressiva iniziativa di circoli islamici che puntano dichiaratamente a cancellare il retaggio culturale su cui si regge l’identità occidentale.
L’uguaglianza non può perciò essere confusa con l’omologazione o con l’annichilimento della propria identità. Se ciò è vero in assoluto tanto più lo è nello scenario determinato dall’immigrazione musulmana e plurireligiosa: oggi l’applicazione ideologica, cioè astratta dal mutato contesto sociale, del principio di uguaglianza genera intolleranza, non integrazione.
Non si può in nome di una scorretta e pericolosa interpretazione del principio di eguaglianza, impedire alla maggioranza del nostro popolo di esprimere la propria tradizione religiosa e i connessi valori culturali. Nel contesto multietnico e multiculturale ciò potrebbe facilmente trasformarsi in un fattore d’instabilità e, quindi, di conflitto. La coesione sociale e la pace non possono essere raggiunte cancellando le peculiarità religiose di ogni popolo, paradossalmente finendo con il realizzare – come da qualche anno avviene in molte scuole del nostro Paese – una sorta di “dittatura delle minoranze”, che calpesta il diritto della maggioranza dei cittadini a vedere rispettate le proprie tradizioni, usanze, i propri simboli religiosi e culturali. Ma se la maggioranza si automutila della propria cultura e della propria religione come può dialogare con le religione minoritarie, con le altre culture? Un eccesso di tolleranza rischia di generare eccessi di intolleranze. In questo senso trovo molto positivo quanto previsto dall’art. 2 comma 1 della legge di riforma della scuola, laddove si dice che “sono promossi il conseguimento di una formazione spirituale e morale, anche ispirata ai principi della Costituzione, e lo sviluppo della coscienza storica, e di appartenenza alla comunità locale, alla comunità nazionale e alla civiltà europea”.

In conclusione, molti abbiamo detto nella nostra risoluzione che il crocifisso oltre a essere il segno della fede del popolo italiano è l’emblema dei valori dell’Occidente: la libertà della persona, il rispetto di tutte le fedi religiose, la laicità dello Stato.
Gesù ha saputo porsi come la Verità e insieme difendere la libertà di ogni singolo essere umano di accettarla o meno. Questa è l’opportunità che ci viene dalla vicenda del crocifisso di Ofena: riprendere a coniugare insieme verità e libertà e insegnarlo ai nostri ragazzi in modo convincente, in primis con il nostro esempio.


Insegnare il valore di verità e libertà

Scritto da Antonio Palmieri | 2 novembre 2003 | RASSEGNA STAMPA

La Provincia di Como del 2 novembre 2003
di Antonio Palmieri

L’editoriale di ieri del direttore de «La Provincia» «Perché ora i laici difendono la croce» ha evidenziato l’imprevedibile schierarsi a difesa del crocifisso di tanti cosiddetti laici, dopo l’improvvida decisione del giudice Montanaro di accettare il ricorso del provocatore islamico Adel Smith.
Condivido la tesi dell’autore: la provocazione di Smith ha fatto emergere un timore che già alcuni osservatori avevano segnalato alla fine degli anni ?90 e che la dichiarazione di guerra contro l’Occidente compiuta con gli attentati dell’11 settembre 2001 ha reso evidente. Si tratta della paura che l?Italia e l?Europa siano minacciate nelle proprie tradizioni dall’immigrazione islamica. Tesi accentuata da chi afferma che taluni paesi musulmani avrebbero pianificato di conquistare «pacificamente» l’Europa per poi imporre la loro religione e la illiberale legge islamica, usando come «arma» le nostre leggi liberali, la nostra debolezza culturale, la forza dei numeri (loro sono giovani e fanno figli, noi no) e il vigore espansivo della loro fede.

Io non so se sia così, ma è sicuro che questa eventuale invasione non è più silenziosa: da due anni a questa parte fatti grandi e piccoli continuano a risvegliarci dal nostro letale torpore e ci spingono a reagire, come è avvenuto in questi giorni.
Tuttavia – questo è il punto – una reazione «di pancia» non è sufficiente. E’ necessario saper dare motivazioni ragionevoli, condivisibili e convincenti, in modo particolare per i nostri giovani, che mi sembrano i grandi assenti dal dibattito di questi giorni, come se gliene importasse ben poco.
La vicenda di Ofena ha messo in scena un nuovo tipo di frattura generazionale: i ‘vecchi’ (quelli da quarant’anni in su) dimostrano di avere ancora una appartenenza culturale nazionale da difendere; i ventenni e i trentenni si accontentano di Halloween.

E ancora: mentre Bertinotti difende il crocifisso, la trentenne deputata di Rifondazione Titti De Simone presenta una proposta di legge per abolire le norme che impongono la presenza del crocifisso nelle scuole. Questa situazione è la conseguenza di almeno vent’anni di dominio del relativismo culturale, concetto difficile che significa una sola cosa: l’unica verità è che non c’è verità.
Di conseguenza tutte le culture e i modi di vita devono avere pari dignità e chi afferma che la verità esiste è un nemico della libertà e un fondamentalista intollerante.

Vivi e lascia vivere, indifferente a quanto ti circonda, è la condizione nella quale crescono le nuove generazioni: un relativismo senza storia e senza memoria, senza radici e senza futuro, che non crede in nulla o non ha il coraggio di difendere ciò in cui crede per non apparire intollerante.

Se così stanno le cose, allora il nemico non è Adel Smith, ma la concezione secondo cui l’uomo non deve cercare la verità. In questi giorni in molti abbiamo detto – anche nella risoluzione di Adornato e mia che discuteremo martedì in Commissione Cultura alla Camera – che il crocifisso oltre a essere il segno della fede del popolo italiano è l’emblema dei valori dell?Occidente: la libertà della persona, il rispetto di tutte le fedi religiose, la laicità dello Stato. Dovremo anche evidenziare che Gesù ha saputo porsi come la Verità e insieme difendere la libertà di ogni singolo essere umano di accettarla o meno.
Questa è l’opportunità che ci viene dalla vicenda del crocifisso di Ofena: riprendere a coniugare insieme verità e libertà e insegnarlo ai nostri ragazzi in modo convincente, in primis con il nostro esempio.
Approfittiamone.



Tecnologia Solidale
Continua

Questo sito Web utilizza i cookie. Continuando a utilizzare questo sito Web, si presta il proprio consenso all'utilizzo dei cookie.
Per maggiori informazioni sulle modalità di utilizzo e di gestione dei cookie, è possibile leggere l'informativa sui cookies.