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Antonio Palmieri

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Perché NO a questa legge sul testamento biologico

Scritto da Antonio Palmieri | 21 aprile 2017 | Prima Pagina, VIDEO

La storia di Forza Italia sui temi etici è una storia di libero confronto al nostro interno, di approfondite discussioni, di decisioni prese comunque insieme dopo aver approfondito la materia e così è stato anche questa volta. Abbiamo fatto molti incontri tra noi, molte riunioni e abbiamo poi alla fine deciso che voteremo contro questo testo, com’è noto e come sempre tuttavia salvaguardando la libertà di coscienza di ciascuno di noi. È sempre stato così per quanto ci riguarda e sempre sarà così come anche si è visto nei nostri voti in Aula a differenza purtroppo di quanto avvenuto nelle file del Partito Democratico dove gli emendamenti migliorativi sono stati a forza ritirati e dove non si è mai visto un voto in dissenso né in Commissione né in Aula. Un punto fondamentale sul quale noi abbiamo insistito nel dibattito sia in Commissione sia in Aula è rifiutare la visione caricaturale che divide coloro i quali sono contro il provvedimento e li mette tra coloro che vogliono la sofferenza a tutti i costi, che sono per l’accanimento terapeutico in un insensato derby che ci avrebbe contrapposto rispetto ai fautori della libertà di scelta e della possibilità che ciascuno possa determinarsi in modo completamente autonomo. Questa è una visione caricaturale che noi rifiutiamo e la rifiutiamo non soltanto a parole ma l’abbiamo rifiutata con i nostri emendamenti, con quelli che abbiamo presentato e con il fatto che non abbiamo presentato alcun emendamento soppressivo che togliesse sia dal consenso informato sia dalle DAT la possibilità che le persone possano esprimere liberamente la propria volontà. Su questo tema non sarebbe stata necessaria una norma per due motivi: il primo che sul fine vita una legge c’è già, data dal 2010, Governo Berlusconi, votata anche dal Partito Democratico ed è una legge che già oggi permette alle persone in stato terminale di porre fine alla propria esistenza senza dover subire alcuna forma di accanimento terapeutico così come c’è già una normativa e una prassi sul consenso informato che consente a ciascuno di rifiutare o accettare indagini sanitarie o trattamenti.

Per un altro motivo non sarebbe stata necessaria una norma, perché a nostro giudizio lo Stato non doveva andare oltre, si doveva fermare in quella zona complicata e complessa che segna il discrimine tra la vita e la morte e fare un passo indietro di rispetto, lasciando lì, nuovamente alla libera espressione di quell’alleanza terapeutica tra medico, familiari e pazienti, che noi proponiamo, che lì avvenisse e, appunto, si compisse quello che era giusto che si compisse. Come tutti avete detto, la morte è parte della vita.

Noi, come abbiamo detto, voteremo contro il provvedimento e lo facciamo su tre punti dirimenti, sui quali abbiamo lungamente dibattuto: il primo riguarda idratazione e alimentazione. Come abbiamo detto più volte – voi li avete definiti trattamenti sanitari, confondendo lo strumento con il fine – lo strumento è certamente un atto sanitario e a volte è un atto che richiede un intervento operatorio, ma il fine è tenere in vita le persone che, altrimenti, non sarebbero destinate a morire.

L’ho detto e lo ripeto: non sono in questione i malati terminali, sono in questione le persone che non sono in grado, magari temporaneamente, di nutrirsi da sole e che non hanno una prognosi infausta, né a breve né a medio termine, ma appunto non sono in grado di nutrirsi da sole e, quindi, il fine è tenere in vita la persona; il fine è prendersene cura, prendersene carico globalmente, nella sua integrità e nella sua totalità, e per questo noi abbiamo rifiutato questa visione. Tra l’altro, paradossalmente, avete definito idratazione e alimentazione trattamenti sanitari e, quindi, potrebbero essere anche oggetto di TSO, se qualcuno le chiedesse in certe condizioni.

Il secondo punto è il ruolo del medico, che abbiamo definito essere stato ridotto a un mero esecutore testamentario. Devo dire che in Commissione e poi in Aula ci sono stati tentativi, accolti grazie anche al lavoro della relatrice, di migliorare questa parte. Il risultato finale però è un punto assolutamente ingarbugliato, per il quale abbiamo sentito ieri su un emendamento la relatrice Lenzi dire che era garantita assolutamente la libertà di coscienza da parte del medico di potersi rifiutare e, all’emendamento successivo, il collega Casati, sempre del Partito Democratico, che siede accanto alla relatrice anche in questo momento, dire esattamente la cosa opposta: non c’è alcuna libertà di coscienza. Prendete lo stenografico e vi renderete conto che questo conferma, ancora una volta, come, nel tentativo di rimediare all’errore fatto in origine in Commissione, della riduzione, appunto, del medico a semplice esecutore testamentario, avete finito con l’ingarbugliare drammaticamente la questione, senza ovviamente risolverla.

Il terzo e ultimo punto: le DAT. Voi avete voluto le DAT come un diamante, cioè per sempre. Ora, in questa era tecnologica, nella quale i progressi della scienza non corrono, ma galoppano, pensare che una disposizione data ora per allora, magari a distanza di decenni, sia intangibile e scolpita nella pietra, appunto, come un diamante – per sempre – riteniamo sia anche qui un atto di irrealtà e abbiamo contrapposto emendamenti di sano realismo, che ponevano un termine per noi ragionevole (tre anni), proprio per tenere conto degli enormi progressi scientifici; tre anni alla fine dei quali la persona poteva decidere se mantenere o no la DAT.

Ma la questione fondamentale delle DAT è che, per come le avete concepite voi, si lasciano le persone drammaticamente sole davanti a un foglio bianco, senza la possibilità di ricorrere, come noi vi abbiamo suggerito, al confronto e al conforto di un parere di un medico, in modo tale che quello che viene scritto sia scritto realmente con piena coscienza e in piena libertà, perché la vera libertà ha bisogno di essere informata, ha bisogno e si nutre del fatto di essere consapevole di ciò cui si va incontro, scrivendo alcune cose, voi anche questa possibilità migliorativa l’avete rifiutata; così come avete rifiutato appunto la possibilità di discriminare e di capire l’entrata in vigore delle DAT, ossia di capire che entrano in vigore quando la perdita di coscienza della persona è accertata come definitiva, come permanente, e non, come succede in molte circostanze, temporanea e se, proprio in forza delle conquiste della scienza e della pratica medica, un intervento tempestivo in questi casi potrebbe risolvere non solo nel senso di salvare la vita, ma anche di restituire alla vita e alla piena funzionalità una persona che fosse colpita da un evento di malattia, che lo rendesse appunto temporaneamente incapace di prendere decisioni e di avere coscienza. Anche su questo avete detto no.

Vedete, noi siamo consapevoli che questo tema è un tema complicato, ci siamo approcciati con un approccio io credo di grande appunto realismo, abbiamo costantemente invitato in Aula tutti a non guardare il proponente, a guardare le proposte, a non giudicare la fede, perché non eravamo all’ora di catechismo, ma a giudicare il merito e la ragionevolezza delle proposte emendative, perché volevamo sinceramente migliorare la legge, una legge che purtroppo, al di là della buona fede di molti di coloro che la sostengono, porta in sé i tratti dell’eutanasia omissiva e del suicidio assistito, proprio per quel motivo che dicevo prima a proposito della questione di idratazione e alimentazione e, come noi abbiamo detto in un nostro emendamento, che rileggo per l’ultima volta, quando chiedevamo che fosse vietata la sospensione di idratazione artificiale qualora comporti la morte per disidratazione: “è vietata la sospensione di alimentazione artificiale qualora comportasse la morte per denutrizione”, cioè a dire non vogliamo condannare nessuno a morire di fame e di sete.

Questa è una delle tre questioni fondamentali che ci portano appunto a votare contro. È evidente che ogni legge traduce e tradisce una visione di essere umano e di società, soprattutto leggi di questa natura. Noi rifiutiamo la visione per la quale ci sono vite degne di essere vissute e altre che non lo sono, perché sono segnate dalla malattia e dalla sofferenza e dunque è meglio che in qualche modo siano messe da parte e siano terminate. Inguaribile – l’abbiamo già detto e lo ripetiamo – è cosa ben diversa da incurabile. Noi ci inseriamo in quella tradizione che, da Ippocrate in poi, considera la sofferenza e la malattia parte piena della vita e non una maledizione divina. Ippocrate fu il primo a sancire questo principio e da allora noi ci atteniamo a questo principio, che è stato poi inverato nella nostra tradizione e nella nostra civiltà dal Cristianesimo.

Noi siamo su questa linea qui e per questo appunto, come ho detto, voteremo contro il provvedimento.

Chiudo ringraziando il presidente del mio gruppo e il mio gruppo intero, che mi ha e ci ha sostenuto in questi mesi, ringraziando i colleghi che hanno condiviso una battaglia che non è stata di ostruzionismo, ma di sincero tentativo di migliorare il testo e anche le colleghe e i colleghi che non hanno condiviso il lavoro con noi, a partire dalla relatrice e dal presidente Marazziti, che abbiamo tenuto non a perdere tempo, ma a prendere tempo per fare il testo migliore possibile. Così non è stato e per questo votiamo contro.

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Siamo per la libertà di scelta

Scritto da Antonio Palmieri | 6 aprile 2017 | Prima Pagina, VIDEO

Questo emendamento è un emendamento che involontariamente, nel senso che quando l’abbiamo proposto non pensavamo che sarebbe servito a ciò, serve anche a tranquillizzare il mio amico Corsaro, e il mio amico Capezzone, e accanto a loro anche diverse colleghe e colleghi che in questi giorni e in questi mesi ci hanno accusato di essere i sostenitori della terapia del dolore e della pratica del dolore insensato e assoluto ai danni degli altri.

Invito nuovamente a leggere il testo il testo che dice: in caso di paziente in fine di vita o in condizioni di morte prevista come imminente, il medico deve astenersi – il medico deve astenersi! – da trattamenti straordinari non proporzionati rispetto alle condizioni cliniche del paziente e da ogni forma di accanimento terapeutico. Allora, io credo che più chiaro di così sia difficile scrivere e descrivere la nostra posizione e questa posizione fa il paio con il fatto che noi non abbiamo proposto alcun emendamento soppressivo al primo comma, al primo paragrafo del comma 5, che recita: ogni persona maggiorenne capace di intendere e volere ha il diritto di rifiutare in tutto o in parte qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso. Il combinato disposto di non aver presentato alcun emendamento soppressivo a questo punto, al primo paragrafo del comma 5, quindi di volere sancire assolutamente la libertà di scelta da parte di tutti, unito a questo emendamento che dice “no accanimento terapeutico”, “no sproporzione delle cure”, indica con chiarezza la nostra volontà.

Nuovamente mi sorprendo del fatto che non lo si possa accogliere favorevolmente. Mi stupisco del fatto che nessuno, a parte noi, se lo voterà, se continuiamo con lo stesso andazzo tenuto fin qui. Per questo vi invito nuovamente: colleghe e colleghi, guardate, leggete il testo. Io confido nel voto favorevole su questo punto da parte dal già citato amico Massimo Corsaro, perché se si legge questo testo non vedo realmente chi possa essere contro.

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No all’accanimento terapeutico

Scritto da Antonio Palmieri | 6 aprile 2017 | Prima Pagina, VIDEO

Questo è l’emendamento ex Bazoli, che ieri il collega ha ritirato e che noi abbiamo ritenuto di fare nostro, perché è esattamente complementare al nostro emendamento sul quale prima ci siamo lungamente intrattenuti, ed è proprio l’altra faccia della luna rispetto a quella preoccupazione che io adesso ripeto, per l’ennesima volta, perché ostinatamente sono convinto che dobbiamo continuare ad ascoltarci, e quindi il punto è, rispetto ad alimentazione e idratazione, certamente, come è stato detto – io ascolto tutti gli interventi -, ogni terapia è uno strumento. Certo che alimentazione e idratazione somministrata con quella strumentazione è un elemento di quel tipo lì. E, appunto, ogni terapia è uno strumento, ma il fine è la vita e la salute del paziente, così come, in questo caso, il fine dell’uso di quegli strumenti è tenere in vita un paziente, ripeto, non in fin di vita, ma che non può alimentarsi e nutrirsi da solo.

E l’ho detto ancora prima e lo ripeto: tutti gli alimenti che noi gustiamo, compresi quelli che gusteremo, speriamo, tra poco, alla fine di questa seduta mattutina, hanno un gusto e un sapore, ma poi diventano un’altra cosa, perché vengono trattati chimicamente dal nostro corpo, scissi e scomposti in elementi che ci aiutano a essere idratati o a essere alimentati. Questa è una evidenza; a me non interessa, quindi, a noi non interessa il dibattito che anche per noi è stucchevole: sono cure, non sono cure. Non è questo il punto; il punto è la finalità alla quale servono per un paziente con un quadro clinico stabile e non in fin di vita, oltre e contro ogni accanimento terapeutico, oltre e contro ogni limitazione della libertà della persona di scegliere per sé quale tipo di cura avere o non avere. Non è questo. Oltre e contro ogni sofferenza, come ho già detto e continuerò a ripetere fino alla fine, perché non è questo il punto, non c’è il derby tra chi è per la sofferenza e chi vuole imporre, in nome di un catechismo arcaico che non esiste più, la sofferenza come espiazione dei peccati.

Non è questo il punto. Il punto è, e l’ho detto prima, non giudichiamo le fedi, giudichiamo la ragionevolezza degli argomenti, giudichiamo il testo. E veniamo al testo dell’ex Bazoli, che dice di sostituire le parole: “incluse la nutrizione e l’idratazione artificiali con le seguenti” – vi invito a prestare attenzione -: “Gli atti finalizzati a garantire l’assunzione di cibo o bevande al paziente che non li possa assumere in modo autonomo possono essere interrotti quando non risultino più in grado di procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente o risultino comunque non più proporzionati”.

Per questo dicevo che è esattamente l’altra faccia della medaglia, perché dice “no” all’accanimento – “no” all’accanimento! “no” all’accanimento! -: questo è il contenuto dell’emendamento Bazoli, sul quale noi vi invitiamo a votare e usiamo lo strumento del voto segreto come un aiuto e un invito a uscire da una timidezza per la quale io ieri sera ho rimproverato le colleghe e i colleghi del Partito Democratico. Di questo voglio chiedere scusa a loro, perché l’ho fatto vittima di stanchezza e di troppa adrenalina, perché vanno rispettate tutte le posizioni e questa è stata certamente una forzatura, tant’è che poi, quando sono uscito dall’Aula, una, per me, stimata collega della sinistra mi ha detto: “non sei credibile”. Allora io ho riflettuto nel mio esame di coscienza serale su questa affermazione – “non sei credibile, Antonio” mi ha detto – e io dico: può anche essere, il mio sforzo è semplicemente quello di essere autentico. Quindi sono autentiche le mie scuse, ma altrettanto autentico è l’invito a guardare il testo dell’ex emendamento Bazoli. Leggete il testo, è corto, ci mettiamo quindici secondi, il tempo di aprire la votazione, e vedete di cosa si tratta. Si tratta esattamente di quello che la collega Gregori, il collega Sannicandro, il collega Melilla col suo poetico intervento, hanno chiesto, quello di cui parla Burtone, quello di cui parlava anche Corsaro, quindi è veramente un invito alla logica quello che vi faccio e a usare il metodo di guardare la realtà in tutti i suoi fattori, spostando il punto di vista rispetto alla posizione che occupiamo in Aula, ma essendo aderenti al testo. Grazie.

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Idratazione e alimentazione. Non confondere lo strumento con il fine

Scritto da Antonio Palmieri | 6 aprile 2017 | Prima Pagina, VIDEO

Vorrei introdurre un elemento nuovo nella nostra discussione, perché, a differenza del collega Sannicandro, sono fermamente convinto, come ho già detto più volte, che, se abbiamo la pazienza di ascoltarci, possiamo, insieme, tutti quanti, migliorare questo testo.

L’elemento di novità, di cui il nostro emendamento è portatore, consente secondo me di sciogliere un equivoco. Noi ci stiamo dividendo, da ieri e da mesi, sul tema dell’idratazione e dell’alimentazione artificiali, perché c’è un equivoco, a mio avviso, di fondo: per una parte di noi, non sono trattamenti sanitari, per alcuni, sono trattamenti sanitari.

La questione, a mio avviso, è che confondiamo lo strumento con il fine. Mi spiego, anch’io da paziente, come Sannicandro; sono trattamenti sanitari nel momento in cui per praticarli, come molte volte la collega Amato e il collega Burtone ci hanno ricordato, serve un intervento medico, un intervento anche in senso stretto, magari per applicare una PEG, però questo intervento è lo strumento; il fine è dare al paziente, che altrimenti non può nutrirsi, cibo e acqua, certamente in una forma non “elementare”, come avviene a ciascuno di noi che può nutrirsi normalmente, ma noi, attraverso il cibo che assumiamo, normalmente assumiamo dei componenti dal cibo stesso che viene poi frantumato, per così dire, dal nostro apparato digerente.

Per chi non può alimentarsi da solo questo avviene attraverso i prodotti che vengono forniti dall’industria farmaceutica. Ma la finalità è la stessa.

Allora, dentro questo equivoco sta il secondo passo in avanti e vengo al nostro emendamento. La nostra preoccupazione è: fermo restando che per i pazienti in fine vita abbiamo già detto, con emendamenti, e lo ridiremo dopo, che siamo contrari a ogni forma di accanimento terapeutico e vogliamo che anche idratazione e alimentazione siano sospese nel momento in cui sono inutili, perché il paziente, appunto, è terminale, ma cosa succede – e questa, dicevo, è la nostra preoccupazione – se una persona non è un malato terminale, in un quadro clinico stabilizzato, e le si tolgono idratazione e alimentazione? La questione è semplice, è una evidenza: l’evidenza è che muore non per la malattia, ma per fame e per sete.

Da qui, il nostro emendamento, che vi invito – come ho fatto ieri – a guardare, a prendere in mano e leggerne il testo. Nel nostro emendamento, dopo avere tolto le parole: “incluse la nutrizione e l’idratazione artificiali”, noi aggiungiamo un comma 5-bis, ove diciamo: “È vietata la sospensione di idratazione artificiale qualora comporti la morte per disidratazione ed è vietata la sospensione dell’alimentazione artificiale qualora comporti la morte per denutrizione”.

Allora su questo punto io vi invito a riflettere nuovamente, guardando il testo e non il pretesto. Non guardate il proponente, non guardate Palmieri, guardate la proposta di Palmieri: se la proposta è ragionevole, votatela, se non lo è, non votatela, ma la preghiera che io rivolgo a me stesso e a tutti noi è quella, appunto, di guardare il testo e di tenere conto delle cose che ho detto, cioè l’equivoco, a mio avviso, tra fine e strumento, e l’evidenza che consegue alla sospensione del trattamento per persone che hanno un quadro clinico stabilizzato. È ovvia la conseguenza: oltre alla morte per fame e per sete del paziente, della persona, è chiaro che, nel momento in cui la persona chiede di togliere, diventa suicidio assistito, che è l’altra nostra preoccupazione.

Allora, dentro questo quadro ci muoviamo noi, dentro questa prospettiva di attenzione e di cura della persona più debole e dentro l’assoluto rispetto della volontà di tutti. Lo ridiremo fino alla noia: non c’è il derby tra chi vuole imporre niente a nessuno, non c’è nessuna intenzione di costringere nessuno a sottoporsi ad alcun trattamento, è già possibile farlo oggi e sarà possibile farlo dopo l’approvazione di questa norma.

Siamo contro l’accanimento terapeutico per i malati in fin di vita, ma siamo accanitamente per l’attenzione per le persone più deboli, per coloro che in questo caso non sono in grado di nutrirsi e alimentarsi da soli. Questa cosa io la troverei, passatemelo, totalmente di sinistra, perché che cos’è la sinistra, se non l’attenzione verso il più debole? E a che cosa serve la legge, se non a tutelare i più deboli, dato che i più forti notoriamente si tutelano da soli?

Chiudo, Presidente, e invito veramente a guardare il testo dell’emendamento e a guardare, ciascuna collega e ciascun collega, dentro se stessi e la realtà che umilmente sottoponiamo alla vostra attenzione.

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Inguaribile non significa incurabile

Scritto da Antonio Palmieri | 6 aprile 2017 | Prima Pagina, VIDEO

E’ un peccato arrivare alle parti salienti del provvedimento alle 21 della sera, quindi con inevitabile stanchezza di tutto e di tutti, però, da qui in avanti, c’è una serie di emendamenti con i quali noi tentiamo di offrire una soluzione equilibrata per uscire dall’impasse, soprattutto su questo articolo 1 che, ricordo a tutti, riguarda il consenso informato, dall’impasse dovuta alla diatriba su alimentazione e idratazione, i quali, come emerso dal dibattito, sono usati inevitabilmente, in questo punto, come un marcatore ideologico, per marcare un recinto, una porzione di territorio.

Allora, è già stato detto ma è opportuno ribadirlo, visto appunto che siamo oramai a fine seduta, credo che tra pochi minuti finiremo i nostri lavori, che non è nostra intenzione e nuovamente la lettura di questo emendamento lo specifica e vi leggo solamente la parte finale: “L’interruzione di trattamenti terapeutici in atto può avvenire ove gli stessi si manifestino non più proporzionati, anche tenendo conto di quanto espresso dal paziente”. Cioè andare nella direzione di questa alleanza terapeutica senza la pretesa di imporre alcunché a nessuno, senza ovviamente la costrizione, da parte di nessuno, di accettare preventivamente un trattamento, senza la necessità di dividerci, perché qui non c’è un derby; io ho sentito tanti interventi anche da persone che stimo e che ritengo amiche, qui, è giusto ribadirlo, non c’è il derby tra coloro i quali vogliono obbligare la gente a curarsi e quelli che invece non vogliono rispettare la libertà delle persone.
Siamo tutti assolutamente dalla parte della libertà delle persone specialmente delle persone malate; non c’è nessun tipo di derby tra chi è a favore della sofferenza a tutti i costi in nome di non si capisce bene quale fede, contrapposti a coloro i quali invece, animati da pietas umana, sono a favore della libera determinazione delle persone e ci mancherebbe altro che non fosse così; l’ho già detto in discussione sulle linee generali, vi è un’evidenza sulla quale spero nessuno possa dire nulla ossia che nessuno di noi si è dato la vita da solo ma, al tempo stesso, questa evidenza sta insieme al fatto che ciascuno è responsabile di come usa questo dono che gli è stato dato e che ha ricevuto, nonostante lui.

Allora, in questo contesto si colloca questo emendamento e, in questo contesto, io invito, e lo farò ancora con i successivi emendamenti, a riconsiderare, da parte della relatrice, i propri pareri, a riconsiderare, da parte di tutti i componenti delle forze politiche, le proprie opinioni, guardando e lo dico e lo dirò fino alla fine del provvedimento, il testo, guardando quello che è scritto, perché noi ci inseriamo dentro quella cultura occidentale che, da Ippocrate in poi, ha considerato il malato, la persona in difficoltà, nel segno della solidarietà, nel segno dello “stare accanto”.
Prima di Ippocrate la malattia era considerata una sventura e il malato uno sventurato, un paria della società; con Ippocrate, per la prima volta, la natura rientra a far parte degli avvenimenti della vita umana e, come tale, accettato e ricompreso dentro appunto un atteggiamento di cura e la differenza sta non tanto con riferimento – lo vedremo ancora più avanti – alle persone che sono malati terminali e su questi abbiamo emendamenti specifici che mostrano come noi siamo assolutamente contrari all’accanimento terapeutico, la differenza vera e chiudo sta tra “inguaribile” e “incurabile”.

Ci sono malattie che non sono guaribili, ma tutte le persone sono curabili cioè a dire rispetto a tutte le persone, a prescindere dalla condizione nella quale sono, si può e si deve avere uno sguardo, quello sì, vero, di compassione e di autentica pietà e di autentica condivisione. Per questo invito, su questo emendamento e sui successivi che ci vedranno protagonisti domani a modificare il proprio parere e a votare favorevolmente

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Fine vita: confronto vero sui contenuti

Scritto da Antonio Palmieri | 18 marzo 2017 | Prima Pagina

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Testamento biologico: no all’eutanasia e no all’accanimento terapeutico

Scritto da Antonio Palmieri | 13 marzo 2017 | Prima Pagina

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Eutanasia per legge? No!

Scritto da Antonio Palmieri | 4 marzo 2017 | EDITORIALE, Prima Pagina, RASSEGNA STAMPA

Caro Lorenzo,

la sua lettera ad Avvenire è una testimonianza che merita attenzione e risposta. Io non sono un capogruppo, ma in questi due mesi ho seguito il dibattito e le relative votazioni agli emendamenti in commissione affari sociali, a riguardo della legge sul “testamento biologico”. L’ho fatto su mandato del mio capogruppo, Renato Brunetta, assieme al collega Sisto. 

Comprendo le sue preoccupazioni, che immagino siano le stesse di migliaia di persone gravemente malate o disabili e delle loro famiglie. Purtroppo la tragica fine di Dj Fabo ha fatto scattare nuovamente la “trappola emotiva”: il coro quasi univoco di giornali, tv, radio, web sta cercando di forzare la mano a noi deputati. L’obiettivo è arrivare direttamente a una legge pro eutanasia, profittando del fatto che il 13 marzo arriva in aula la legge sul “testamento biologico”. 

È uno schema già visto, fin dai tempi della diossina a Seveso, usata a suo tempo per spingere per una legge a favore dell’aborto. 

In un’era ipercomunicativa come la nostra, la trappola emotiva esprime una forza e una violenza inaudita, alla quale è difficile opporsi portando ragioni contro emozioni: il ragionamento ha bisogno di tempo e “spazio”, l’emozione ha invece impatto ed effetto immediato.
Tuttavia sono fiducioso che, in questo caso, non ci riusciranno. In commissione nessuna forza politica si è espressa o ha presentato emendamenti a favore dell’eutanasia. È un buon segno. 

Per questo la invito a non cadere nella trappola dei media e dei “maestri di pensiero” che vogliono farci credere che il popolo italiano sia diventato eutanasico. Continui a chiedere la libertà di vivere, non quella di morire. Non è da solo, dentro e fuori dal Parlamento.

Ora ci sono dieci giorni di tempo per presentare gli emendamenti per l’aula. Vigilerò, vigileremo. Con tutti coloro che ci vorranno stare. Il nostro obiettivo è mettere capo a una norma che tenga insieme libertà di cura e tutela della vita. Sempre. 

Non so se ce la faremo. Certamente però non dobbiamo abbassare la guardia, per non correre in alcun modo il rischio di finire come in Belgio.  

Pubblicato su Avvenire, sabato 4 marzo 2017

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Cybersecurity: il governo inizi finalmente ad agire

Scritto da Antonio Palmieri | 2 febbraio 2017 | Prima Pagina

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Post verità e delle fake news: considerazioni e proposte

Scritto da Antonio Palmieri | 6 gennaio 2017 | Prima Pagina, RASSEGNA STAMPA

Come hanno ricordato sul Foglio Carnevale Maffè e Giovanni Maddalena le notizie false sono sempre esistite. Per chi fa comunicazione politica il confronto con le bugie (o ritenute tali dal proprio punto di vista) è parte del lavoro quotidiano. Per fare solo un esempio, nell’aprile del 2004 lanciai per Forza Italia il sito tematico “Caccia alle bufale online”, per smentire le false notizie riguardanti il governo Berlusconi pubblicate nel web e veicolate anche tramite catene di email. Conobbi in quella occasione il lavoro di Paolo Attivissimo, che da oramai quasi tredici anni smaschera le bufale online e che assieme a David Puente ha svolto una pregevole inchiesta per scoprire chi c’è dietro e come funzionano i siti di fake news di maggior successo.

La questione è certamente rilevante. Tuttavia l’andamento del dibattito mi ha convinto che il tema non sarebbe diventato di “vitale importanza” per l’assetto democratico globale se la Clinton avesse vinto le elezioni e Renzi il referendum. Poiché hanno perso le elezioni quelli che le “dovevano” vincere e che, guarda caso, controllano in larga parte la comunicazione, fake istituzionali compresi, ora diventa urgente regolamentare la verità sulla rete. 

In realtà, i rappresentanti dell’establishment di governo non hanno perso a causa di qualche sito spara bufale ma perché incapaci di dare risposte alle paure e alle domande di sicurezza sociale ed economica espresse da larga parte dei cittadini. Domande peraltro da essi giudicate sbagliate, non politicamente corrette, indegne di cittadinanza nel dibattito pubblico. In un arguto tweet, il vicedirettore del tg1 Gennaro Sangiuliano si chiede “non ho capito se si vogliono bloccare le “bufale” in rete o le “verità negate” quei fatti che la dittatura del politicamente corretto nega”. È più comodo trovare un capro espiatorio della sconfitta nei siti fake che fare una seria autocritica.

Il dibattito attuale mi riporta a quando, dopo aver perso le elezioni europee 1999, la sinistra si rifugiò nella comoda scappatoia di pensare che avessimo vinto perché avevamo usato gli spot. Così il governo D’Alema nel febbraio 2000 approvò una legge (tuttora in vigore) per impedire di usare gli spot TV e radio. Com’è noto, persero rovinosamente sia le regionali 2000 che le elezioni politiche 2001. Non avevano perso per gli spot ieri, non hanno perso oggi per le fake news. Come cerco di argomentare nel mio libro “Internet e comunicazione politica”, la questione centrale è che la realtà (sociale, politica, economica) viene sempre prima della comunicazione e determina buona parte del contesto e dell’esito delle vicende elettorali. 

Nel caso in questione ciò significa anche che il problema delle false notizie non riguarda solo il web o i social network, fatelo capire per favore al ministro Orlando. Il tema della verità dell’informazione è antico come il mondo. Se dovessimo oscurare ogni fonte di bufale, allora si dovrebbero oscurare i grandi siti per manifesta manipolazione della realtà, come scrive Marcello Foa in un suo recente post a proposito di come si manipola l’informazione, tra spin doctor istituzionali e testate informative “ufficiali”.

Su questo aspetto si fonda la premessa di ciò che ha detto Grillo. La sua idea della giuria popolare per decidere quali notizie siano vere non è una proposta ma la butta, come al solito, in caciara. Lancia la solita fake notizia e ottiene gratis visibilità per sé e guadagni non solo politici per il suo blog.

Allo stesso modo è irricevibile la proposta del presidente antitrust Pitruzzella. Non ne discuto la buona fede ma è evidente il rischio di cadere in forme di censura se è una agenzia pubblica, nominata da chi è al potere, a decidere che cosa è verità oppure no o a distinguere i confini tra satira e menzogna. 

Che fare, allora? In primo luogo i media istituzionali smettano di dare rilevanza alle bufale, rilanciandole nei propri siti, seppur  con lo scopo di denunciarle. Se un sito fake come newsitalia24.com fa 120.000 visitatori al mese (fonte Agi, inchiesta di Matteo Flora e Arcangelo Rociola) cioè solo 4.000 al giorno, che audience raggiungerà se repubblica.it ne rilancia i post? 

In secondo luogo, le fake news si combattono con buoni contenuti ed educazione all’uso del web. Dice bene il giornalista e blogger Fabio Chiusi nel suo post per valigiablu.it: “Quando c’è bad speech, insegnano piuttosto gli anglosassoni, si combatte con more speech. Manipolazione, propaganda, bugie, falsità costruite ad arte si contrastano con logica e spirito critico, argomenti e dati.”. È una strada lunga, lo so. E parte inBanzi tutto dai comportamenti personali, il mio e il tuo: ma anche nel web la moneta cattiva si scaccia mettendo in circolazione moneta buona. A questo riguardo non mi sfugge quanto evidenziato dalla ricerche di Walter Quattrociocchi sul fatto che il debunking, “il confutare le false informazioni attraverso il fact checking” sia inutile “per ristabilire una coscienza corretta dei fatti”. Ma solo una presenza può sperare di contrastare un’altra presenza. 

In terzo luogo, se si ritiene che una balla sia un reato, allora la si persegua usando le leggi che già ci sono, anche per intervenire su siti aventi sede all’estero, cosa fattibile, specie se si è una istituzione pubblica e dunque si ha potere a sufficienza.

Rimane il tema del ruolo dei big player del digitale: semplici vettori neutri oppure super media companies? Non ho una risposta ma una provocatoria considerazione. Google e Facebook sono aziende private che svolgono un servizio pubblico, nel senso del principio di sussidiarietà: pubblico è il servizio, non necessariamente chi lo eroga. Se così è, allora queste aziende sono chiamate a un di più di responsabilità. Come praticarla è il problema: potenziare la “moderazione sociale”, cioè incrementare le segnalazioni di fake proposte dagli utenti può essere un inizio ma si presta ad abusi alla libertà di espressione. Limare gli algoritmi, anche. Forse a questa questione, come direbbe un premio Nobel per la letteratura, “risposta non c’è”. Vale però la pena di cercarla, tutti insieme, consapevoli che poiché nella vita il grano e la zizzania cresceranno sempre insieme. Lavoro alle campagne elettorali di Berlusconi dal 1993 e nel web da fine 1994 e mi sono dovuto confrontare con fake di ogni tipo. È impossibile  (e antidemocratico) pensare di impedire la scrittura di bugie per legge. Quando nel 2001 qualcuno tra noi voleva denunciare chi taroccava online la nostra campagna di affissioni, con Berlusconi decidemmo di farne il “Concorso dei manifesti taroccati”. Fu una controcampagna di grande successo.

Concludo con un sorriso. È davvero ironico vedere come la maggior parte di coloro che si battono per la verità online siano gli stessi che ci dicono da anni che la verità non esiste. Ma questo è tutto un altro tipo di fake…

Pubblicata su Il Foglio, sabato 7 gennaio 2017

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