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Palmieri: «Attenti all’estero, ma il Cavaliere non si tocca»

Antonio Palmieri

Scritto da Antonio Palmieri | 22 marzo 2007 | RASSEGNA STAMPA

www.ilmeridiano.info del 22 marzo 2007

di Gianvito Casarella

Milano Una legge elettorale per distogliere il Paese. Il 46enne deputato di Forza Italia, Antonio Palmieri, è scettico sull’effettiva necessità di una riforma elettorale in questo momento delicato per la Nazione. «Basterebbe solo qualche correttivo» all’attuale sistema, facendo attenzione ai seggi esteri che il 9 e 10 aprile 2006 hanno riservato spiacevoli sorprese al centrodestra. Nessun dubbio sulla leadership: Berlusconi non si tocca, sono i numeri a legittimarlo.

C’è reale necessità di una nuova legge elettorale?

«Il Paese ha tante altre priorità: innanzitutto rimediare ai guasti della politica fiscale deleteria per le imprese, in politica estera si deve stare attenti ad evitare ulteriori tristi figure pericolose. La legge elettorale viene dopo, ma serve a Prodi per prendere tempo».

Quale sarebbe il modello opportuno per l’Italia?

«Sono convinto che l’attuale sistema sia sufficiente, con qualche correttivo, per garantire stabilità e rappresentatività».

Quali correttivi?

«Un premio di maggioranza nazionale al Senato uguale a quello previsto per la Camera, uno sbarramento al 4% come previsto dal “mattarellum”. E poi occorre presidiare i seggi esteri».

In che senso?

«Si sono registrati spiacevoli brogli, sintomo che qualcosa sia da rivedere».

Alla luce di ciò che è successo, rivoterebbe la legge sul voto degli italiani all’estero, rivendicandone il diritto?

«Si dovrebbe valutare in maniera complessiva il concetto di italianità. Su quanto accaduto, il centrodestra è apparso all’estero disunito: sarebbe stato meglio presentarsi come in un classico collegio territoriale».

Pera dice che il modello tedesco sarebbe uno dei tre stratagemmi per distruggere il berlusconismo…

«”Timeo Danaos ed dona ferentes”: dal momento che si tratta di un’idea della sinistra, diffiderei dal prendere in considerazione quel sistema. Al massimo potrei ammettere il metodo usato per le provinciali, con circoscrizioni ampie per cementare il rapporto fra candidati e territorio. Il maggioritario è quanto di più democratico ci sia, perché chi prende un voto in più vince. Questa è la strada».

Maggioritario con quali alleati?

«Coi fondatori della Casa delle Libertà, che non è il palazzo di potere che è la sinistra, ma una coalizione coesa che ha governato bene per 5 anni.

Comprendendo anche l’Udc?

«Certo. Presentiamoci uniti alle amministrative, politicizzando la scadenza elettorale per votare sì per i sindaci, ma anche contro il governo».

Intanto il partito di Cesa prende le distanze dalla Cdl…

«Si considerino le cose nella giusta prospettiva, non in maniera umorale. L’invito è di ridare insieme all’Italia la speranza di ripartire, mandando a casa questa sinistra incapace di vincere, perché non è reale maggioranza nel Paese, ed incapace di governare».

Ha senso parlare ancora di berlusconismo e del Cavaliere come leader della coalizione, soprattutto in vista del bipartitismo?

«Gli “ismi” sono morti. Ma riconosciamo i meriti di chi, come Berlusconi, ha introdotto il concetto di democrazia dell’alternanza, trasformando la Lega Nord da fenomeno regionale a partito di governo, sdoganando un partito ai limiti del parlamentarismo come il Msi (poi An, ndr), superando la divisione fra laici e cattolici, inaugurando la stagione dei programmi elettorali da rispettare e di cui dar conto».

Il ruolo del Cavaliere non si discute, allora?

«La leaedrship la danno gli elettori. Siamo largamente il primo partito della Cdl, è normale che sia Berlusconi l’uomo di punta della coalizione».

Cosa si aspetta dal giro di consultazioni a Palazzo Chigi?

«Soluzioni rapide per poter pensare agli altri problemi più seri del Paese. Ma non saremo disposti ad inciuci di nessuna natura».

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