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“Tecnologia Solidale” giunge alla quinta edizione

Antonio Palmieri

Archivio del mese di novembre 2016

“Tecnologia Solidale” giunge alla quinta edizione

Scritto da Antonio Palmieri | 30 novembre 2016 | RASSEGNA STAMPA

Startup, grandi aziende over the top, istituzioni di ogni livello. Come di consueto, anche la quinta edizione di “Tecnologia solidale” spazierà sui molti modi in cui la tecnologia aiuta le persone in difficoltà a vivere meglio.
Il programma – vedi al termine del comunicato – parla da sé.

In più quest’anno Tecnologia solidale presenterà due primizie: il primo Report sulla accessibilità dei siti web dei ministeri realizzato da siteimprove.com e la prima versione del volume “Tecnologia solidale. Startup, esperienze e iniziative. La tecnologia che migliora la vita delle persone”. Il libro, un po’ catalogo e un po’ report, propone il meglio di quanto pubblicato dal deputato Antonio Palmieri nel blog settimanale tematico su www.economyup.it.

Si potrà seguire il convegno in live streaming sul sito della Camera, a questo link: http://webtv.camera.it/evento/10324.



PROGRAMMA


TECNOLOGIA SOLIDALE 2016 – GIOVEDI’ 1 DICEMBRE 2016
SALA DEL MAPPAMONDO, CAMERA DEI DEPUTATI – ORE 14.30


Saluti di benvenuto: Simone Baldelli, Vicepresidente della Camera dei Deputati

Introduzione: Antonio Palmieri, Deputato, Intergruppo Innovazione


Primo Panel: La tecnologia solidale e le iniziative delle grandi aziende

Paola Andreozzi, Responsabile Corporate Social Responsability Microsoft Italia

Laura Bononcini, Relazioni Istituzionali Facebook Italia

Maria Cristina Ferradini, Consiglieri Delegato Fondazione Vodafone Italia.

Marcella Logli, Direttore Generale Corporate Shared Value di Telecom Italia e Direttore Generale di Fondazione Telecom Italia

Andrea Stazi, Public Policy Manager, Google Italy

Angelo Failla, Direttore Fondazione IBM Italia

Modera: Giovanni Iozzia, Direttore economyup.it

Secondo Panel: Startup e iniziative di tecnologia solidale

Daniela Di Gianantonio, Market analist Siteimprove A/S

Bruno Calchera, Direttore responsabile CSRoggi

Gianluca Ricci, Presidente di Cuore Digitale

Filippo Scorza, Ideatore di Alfred Mobilità 2.0

Mario Vigentini, ideatore e fondatore di Mario Way

Modera: Stefano Epifani, docente di tecnologie applicate alla comunicazione, Università La Sapienza di Roma, fondatore di techeconomy.it


Terzo Panel: Il punto di vista delle Istituzioni

Flavia Marzano, Assessore alla semplificazione del Comune di Roma

Maria Pia Giovannini, Responsabile area pubbliche amministrazioni AgID

Roberto Scano, Presidente della Commissione e-accessibility Uninfo

Alessandro Delli Noci, Assessore all’innovazione tecnologica del Comune di Lecce

Modera: Carlo Mochi Sismondi, Presidente forum PA



* Per accedere alla Camera, gli uomini devono obbligatoriamente indossare la giacca


Referendum. Perché voto NO

Scritto da Antonio Palmieri | 28 novembre 2016 | Prima Pagina

Domenica si vota.
A pochi giorni dal voto voglio condividere le motivazioni per le quali voterò NO. Mi scuso in anticipo per la lunghezza del testo, ma il tema è serio e merita attenzione e precisione.

In estrema sintesi, voto NO perché è vero che la riforma cambia le cose, ma le cambia in peggio: da un lato avremo meno democrazia e dall’altro più confusione e meno efficienza nel funzionamento di Camera e Senato.

Meno democrazia:
1. Riforma + legge elettorale
fanno sì che un solo partito avrà in mano tutto, compresa l’elezione del Presidente della Repubblica e dei giudici della Corte costituzionale.
Dato che vota la metà degli italiani e che i poli sono oramai tre, ciò significa che chi avrà la maggioranza dei seggi alla Camera rappresenterà una minima parte degli italiani.
Renzi ha detto che cambierà la legge elettorale ma non ha detto come. Se vince non avrà alcun motivo per farlo. Perché con il referendum avrà fatto le prove generali del ballottaggio e perché governando il PD 17 regioni su 20 e quasi tutti i comuni principali è sicuro di avere la stessa maggioranza, sia alla Camera che al Senato.
Per gli altri invece non sarà così. Comunque avranno sempre il Senato contro.

2. Non si sa come saranno scelti i senatori. L’unica cosa certa è che è abolito il voto del popolo.
La formulazione del testo è volutamente confusa. I senatori sono “eletti in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. Che significa?

3. Il governo avrà un potere enorme e senza controllo anche sulle Regioni virtuose. Potrà annullare una legge regionale se non gli garba. È la cosiddetta “clausola di supremazia”, contenuta all’articolo 117, comma 4 della Costituzione che entrerà in vigore se vincerà il Sì: “Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale.”.
La competenza legislativa esclusiva statale copre già tutto quello che può ragionevolmente incidere sulla unità giuridica ed economica del Paese, compresa la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali da garantire su tutto il territorio nazionale.
La “clausola di supremazia” si caratterizza per una estrema e pericolosa vaghezza. In pratica il governo, cioè il premier, potrà annullare qualsiasi legge di una regione politicamente discordante con la linea del governo.

Più confusione:
1. Il bicameralismo rimane a tutti gli effetti.
Il Senato deve dire la sua sulle leggi regionali, europee, costituzionali e può chiedere di rivedere ogni legge approvata dalla Camera.

2. Ciò significa che i nuovi senatori avranno compiti importanti e impegnativi, impossibili da svolgere come secondo lavoro part time.
Come potranno fare bene contemporaneamente ruolo locale e compito senatoriale i 21 senatori-sindaci e i 74 senatori-consiglieri regionali (altri cinque senatori saranno nominati dal Presidente della Repubblica)?
È impossibile che 95 senatori, presenti a Roma part time possano far fronte alla imponente mole di compiti legislativi e non legislativi previsti dall’articolo 55 e siano in grado di intervenire sull’azione legislativa della Camera nei tempi previsti.

3. Il funzionamento di Camera e Senato viene affidato a regolamenti che non sono ancora stati scritti.

4. Al posto dell’unico procedimento bicamerale per l’approvazione di una legge attualmente esistente, in base alla riforma costituzionale saranno possibili ben 10 procedimenti diversi:
– Leggi che devono essere approvate, come oggi, sia dalla Camera dei deputati, sia dal Senato;
– Leggi approvate dalla Camera con possibile esame del Senato;
– Leggi statali che invadono le competenze regionali in forza della clausola di supremazia;
– Legge di bilancio e di rendiconto annuale: tali leggi vanno approvate dalla Camera dei deputati e poi passano necessariamente all’esame del Senato, che può approvare entro 15 giorni proposte di modifica;
– Leggi elettorali di Camera e Senato, diverse dalle altre perché un quarto dei deputati o un terzo dei senatori possono richiedere il controllo preventivo della Corte Costituzionale entro 10 giorni dalla loro approvazione;
– Disegni di legge approvati dal Senato a maggioranza assoluta con richiesta di esame alla Camera dei deputati;
– Leggi dichiarate dal Governo essenziali per l’attuazione del suo programma, da approvare a data certa;
– Leggi dichiarate urgenti e per questo approvate con procedimenti speciali che saranno disciplinati dai regolamenti parlamentari;
– Leggi di iniziativa popolare che seguiranno un procedimento speciale definito dai regolamenti parlamentari che devono comunque assicurare tempi d’esame certi.
Alla faccia della vantata semplificazione del procedimento legislativo. Si sostituisce al bicameralismo paritario un bicameralismo confusionario.

5. Cosa succederà se il Senato riterrà anche di propria competenza un disegno di legge che la Camera dei deputati considera solo proprio? La nuova costituzione non lo dice: “I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti” (Art.70 comma 6).
È presumibile che i due Presidenti di Camera e Senato non riusciranno a mettersi d’accordo, si farà intervenire la Corte Costituzionale, con un ovvio inceppamento dell’azione legislativa.

6. Camera e Senato non vengono elette insieme. Ogni regione mantiene in carica i propri senatori fin quando non deve andare a nuove elezioni.
A prescindere dal fatto che sul breve periodo Renzi sa che la maggioranza del Senato è del Pd, ciò significa che nel tempo si potrebbero avere comunque due maggioranze opposte tra Camera e Senato, con la certezza di un furibondo contenzioso e del blocco della attività politica.

7. Il nuovo Senato dunque non avrà mai scadenza. I senatori-sindaci o consiglieri regionali decadranno dalla carica senatoriale al momento in cui decadranno gli organi territoriali da cui provengono. Il nuovo Senato sarà perciò un’Assemblea a rinnovo parziale continuo, non sottoposta a scioglimento. Ciò produrrà inevitabilmente precarietà nel suo funzionamento e debolezza nell’incisività del suo operato: in ogni momento ci sarà sempre una parte dei senatori prossimi alla decadenza e un’altra parte di senatori ancora nella fase di apprendimento del modus operandi dell’Assemblea.

8. Le disposizioni del nuovo articolo 117 si applicheranno in caso di vittoria del SI’ solo alle 15 Regioni “normali” e non alle 5 Regioni a statuto speciale.

9. La nuova costituzione non regola Città metropolitane e gli ambiti di area vasta, cioè gli enti che prendono il posto delle Province, che sono abolite di nome ma non di fatto.

Ultime considerazioni “collaterali”:
1. La riforma non fa risparmiare 500 milioni, come dice Renzi ma 50, il costo delle indennità dei senatori, vale a dire 90 centesimi all’anno per cittadino.
Peraltro, il ballottaggio previsto dalla nuova legge elettorale costa almeno 250 milioni, vanificando così ogni risparmio.

2. Le spese di funzionamento (personale, strutture, utenze, ecx.) del Senato restano immodificate.

3. I nuovi senatori continueranno percepire diaria, rimborso spese viaggi, contributo per le spese del mandato.

4. La riforma non incide sui veri problemi del Paese: forte riduzione della burocrazia, riduzione delle tasse, funzionamento della giustizia penale e civile. Invece si poteva fare. Non a caso la nostra proposta prevede al primo punto il limite alla pressione fiscale inserito in costituzione.

5. Anche noi siamo, da sempre, per un cambiamento della costituzione. Proponiamo di farlo, tutti insieme, su quattro punti chiari:
– limite alla pressione fiscale;
– vincolo di mandato. Il parlamentare che cambia idea si deve dimettere;
– dimezzamento dei parlamentari: 300 deputati e 150 senatori;
– elezione diretta del Presidente della Repubblica.

6. Renzi continua a ribadire che non si vota su di lui e sul governo, ma “si vota con una scheda in cui si parla di bicameralismo paritario.”. Se il governo non c’entra, allora perché continuare a far filtrare che lui si dimetterà in caso di vittoria del no, aprendo una fase di instabilità che probabilmente, almeno nel breve periodo, nuocerà al Paese?
Lavoro alle nostre campagne elettorali nazionali dal 1993 e so bene che questo è un modo per forzare la mano a molti nostri elettori indecisi, per i quali la stabilità è un bene prezioso. Non mi scandalizzo. Mi addoloro perché penso che questo non sia un comportamento responsabile da parte del premier. Un ricatto politico inaccettabile.

Ultima precisazione. Questo testo noi di Forza Italia lo abbiamo votato una sola volta. Poi, di fronte all’ennesimo sgarbo di Renzi sulla elezione del Presidente della Repubblica, abbiamo avuto la prova definitiva del fatto che a lui interessasse solo usarci contro la sua minoranza interna e non lavorare insieme per il bene del Paese.

Buon voto…e ricorda: se stai a casa vince il sì.


“Manca una regia forte sulla cybersecurity, Renzi si muova subito”

Scritto da Antonio Palmieri | 22 novembre 2016 | RASSEGNA STAMPA

«Un rafforzamento della cyber security nazionale non può attendere perché il tema è l’eterna lotta tra il bene e il male e noi non ci possiamo stancare di combatterla». È una sorta di monito quello di Antonio Palmieri, deputato di Forza Italia che però evidenzia: “eppure nel nostro Paese non è data ancora la giusta attenzione al tema della sicurezza digitale ad ogni livello; non c’è consapevolezza tra cittadini e imprese, media e istituzioni del fatto che in gioco c’è il futuro dei Paesi”.

La direttiva Nis dell’Unione europea definisce un primo insieme univoco di norme in materia di cybersecurity a livello europeo. Crede che l’Italia sia pronta ad adeguarsi?

Non vorrei sembrare pessimista ma se dovessi giudicare da quanto finora dal governo, direi di no. Basti pensare che i 150 milioni di euro stanziati nella legge di Stabilità 2016 ancora non sono arrivati a destinazione. Un’occasione persa anche perché si trattava del primo stanziamento – anche cospicuo – ad hoc per il settore.

Che fine hanno fatto quelle risorse?

La risposta è arrivata qualche settimana fa, dopo un’interrogazione parlamentare che portava la mia firma e quella del collega Francesco Paolo Sisto. Il sottosegretario del ministero dell’Interno Gianpiero Bocci ha spiegato 135 milioni sui 150 stanziati complessivamente dalla legge di Stabilità 2016 per la cybersecurity verranno destinati in parte ad attività di tipo convenzionale per il potenziamento degli interventi rivolti alla prevenzione e al contrasto delle minacce alla sicurezza informatica nazionale. La parte prioritaria, invece, verrà destinata ad attività di carattere informatico per la protezione dello spazio cibernetico del Paese, di diretta competenza appunto degli Organismi di informazione e sicurezza. Da evidenziare che Bocci ha usato il futuro: vuol dire che quei soldi sono in giro da un anno e un anno ai tempi del digitali è praticamente un’era geologica. Per concludere solo 15 milioni hanno un destinatario certo: la polizia postale. Questo grazie a un emendamento passato nella manovra. Poi ci sono alcune voci ufficiose, come la somma di almeno 10 milioni destinata al ministero dell’Interno. Ma per il resto non si sa nulla.

La direttiva Nis dà 21 mesi di tempo agli Stati per adeguarsi…

Ventuno mesi vanno bene se un governo ha già una strategia in essere. Non è il caso dell’Italia dove il governo è rimasto impantanato.

In che senso?

Mi riferisco al balletto con polemiche annesse, a ciclo continuo, relative alla possibile nomina di Marco Carrai come responsabile della cybersecurity in seno a una struttura sotto il cappello di Palazzo Chigi. La cosa sembrava quasi fatta, poi si è di nuovo tutto fermato. Il risultato è stato quello di bloccare tutte le iniziative in questo campo.

Comunque un responsabile c’è già: il sottosegretario Marco Minniti. La ministra Boschi ha chiaramente detto che l’unica autorità politica preposta alla gestione dei servizi di sicurezza è e sarà Minniti.

Sì, certamente. Ma la spada di Damocle della nomina di Carrai ha avuto l’effetto di schiacciare anche l’azione di Minniti. Diciamo che il sottosegretario è rimasto un po’ a margini quando invece poteva svolgere un ruolo di primo piano. La sicurezza informatica è un fattore cruciale per la prosperità economica di un Paese, è una questione che richiede consapevolezza nella sua complessità e richiede anche investimenti. Ecco perché fondamentale che dietro ci sia una regia politica forte. Che però in Italia ancora non si è vista. Purtroppo.

[Fonte: Corriere della Comunicazioni, 17 novembre 2016]


Trump

Scritto da Antonio Palmieri | 10 novembre 2016 | Prima Pagina

Ha vinto chi piace alla gente che non piace all’establishment…


Referendum: campagna virale a costo zero

Scritto da Antonio Palmieri | 8 novembre 2016 | Prima Pagina, RASSEGNA STAMPA

“Con internet non si vincono le elezioni, ma senza si perde…”. Parola di Antonio Palmieri, l’uomo web di Forza Italia, che sin dal ’94 ha curato tutte le campagne elettorali di Silvio Berlusconi. Questa considerazione sul ‘ruolo elettorale’ della grande rete, spiega il deputato azzurro, ora responsabile Internet del partito, vale anche per il referendum del 4 dicembre. Senza l’arma dei social networks, infatti, difficilmente prevarrà il No (come vorrebbe il partito del Cav) o il Si.

Un’efficace campagna on line, anche a colpi di tweet e video messaggi su Facebook, insomma, può fare la differenza. Palmieri lo dice chiaramente nel suo ultimo saggio ‘Internet e comunicazione politica’, edito dalla Franco Angeli, dove spiega strategie e tattiche sui nuovi media per affrontare ogni sfida elettorale, dando la caccia a indecisi, astenuti e delusi. La “partita referendaria -assicura all’Adnkronos l’esponente forzista- si gioca certamente anche on line. Fi è partita diversi mesi fa con il sito del ‘Comitato per il No’. E da un mese facciamo un’infografica che ogni mattina distribuisco via Whatsapp ai nostri deputati e senatori, coordinatori regionali e responsabili locali”. Poi “ciascun parlamentare, a sua volta, la veicola nei propri spazi online, generando una catena di Sant’Antonio fino alla vigilia del voto”.Palmieri rivela i segreti della campagna azzurra contro il ddl Boschi, che definisce virale e a costo zero.

(altro…)


Un manuale per i politici sui segreti della rete

Scritto da Antonio Palmieri | 8 novembre 2016 | RASSEGNA STAMPA

“La comunicazione è un abito su misura, specie sul web”. Così Antonio Palmieri, deputato e responsabile internet e nuove tecnologie di Forza Italia, sintetizza in un tweet il contenuto del suo libro ‘’Internet e comunicazione politica’’, 150 pagine, Franco Angeli Editore, nel quale trasferisce la sua lunga esperienza nel settore.

Dopo vent’anni accanto a un leader, campione di comunicazione come Silvio Berlusconi, Palmieri svela anche un retroscena tanto curioso, quanto esemplare, della campagna elettorale del 2001. ‘’Di fronte al divieto per legge di fare spot elettorali su radio e tv imposto dall’allora premier Massimo D’Alema, Forza Italia – ricorda Palmieri a ‘’Prima ‘’ – lanciò una campagna di manifesti 6×3 che durò dieci mesi. Ma sulla Rete i manifesti cominciarono ad essere ben presto ‘’taroccati’’, amplificando in maniera ridicola i concetti e le immagini della campagna. E’ noto che noi anziché reagire cavalcammo il ‘’taroccamento’’, al quale fu data grande visibilità sui giornali, promuovendo sul nostro sito un concorso dei manifesti taroccati con una giuria, composta da Adriano Galliani, Giuseppe Prisco ed Emilio Fede, che premiò tre vincitori scelti fra i quasi 300 partecipanti.’’

Fino ad ora però non si è saputo che fra i toroccatori c’era lo stesso staff della comunicazione di Forza Italia. ‘’Con un amico grafico – rivela infatti Palmieri – visti i primi taroccati, ci mettemmo a produrli anche noi, producendo una contro comunicazione con la quale, senza rinunciare all’ironia, cercammo di creare simpatia per la nostra campagna. Andò bene.’’ Ciò dimostra, secondo Palmieri, che non bisogna opporsi alle campagne virali, che vanno invece assecondate con ironia e autoironia, modalità che finisce per smorzare il potenziale impatto negativo e crea invece simpatia.

‘’Il libro – aggiunge- sulla base delle cose che ho fatto racconta come i partiti e i leader sono e dovrebbero stare on line. Alla domanda qual è il leader migliore rispondo che ognuno sta in rete come vuole, in base alla propria sensibilità politica e comunicativa. Nessun leader è paragonabile, anche se bisogna riconoscere a Obama, con il suo ‘’MybarakObama.com’’, di aver aperto una strada’’. ‘’Comunque – sottolinea Palmieri – ciò che conta è avere un leader e un progetto politico da comunicare, perché questo viene prima della comunicazione. Inoltre occorre essere consapevoli che non esiste più un confine fra virtuale e reale.

Certamente le campagne elettorali online si contraddistinguono per immediatezza e minori costi. Se poi si è bravi a inventare iniziative “internet per internet”, che nascono in rete e vivono nella rete, si può puntare – sulla base della capacità di essere ‘’notiziabili’’ – a venire rilanciati sui media tradizionali, a partire dai quotidiani ma anche dalla televisione, che fa ancora la parte del leone, sia pure sempre più nell’intreccio con i social. Così, ad esempio, opera il movimento di Beppe Grillo che, scelto un registro comunicativo di rottura, usa come ‘’catapulta’’ il blog, e da lì, grazie alla propria comunicazione dirompente trova facile spazio sui giornali e le tv. ’’

Il libro di Palmieri è ricco di suggerimenti e proposte operative che costituiscono ben 47 capitoli-ricetta, ciascuno sintetizzato alla fine con un tweet, per essere in sintonia con il tema. Metà libro è dedicato a come leader e partiti possono stare online. La seconda parte invece è ricca di suggerimenti concreti su come il singolo esponente politico, può ottimizzare la propria presenza sulla rete. Il punto di partenza rimane quello di essere originali e di essere se stessi.

[Claudio Sonzogno, Prima Comunicazione, novembre 2016]


Il governo non usi la legge sul cinema per fare propaganda pro referendum

Scritto da Antonio Palmieri | 3 novembre 2016 | Prima Pagina, VIDEO



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